Nuela Celli. Countdown. Giraldi editore

La vita dà e la vita toglie, spesso, sorprende. Buona lettura con la recensione di Martino Ciano, già pubblicata per Gli amanti dei libri.

Una diagnosi che non lascia scampo innesca un gioco sadico con la vita, quasi una riconquista del tempo perduto. Possiamo riassumere così il romanzo di Nuela Celli. Protagonista della storia è Arianna, che per quarant’anni ha messo da parte la propria esistenza per seguire una rigidità morale indotta. Ma questo Super-Io martellante si sgretola nel momento in cui incombe la brutta notizia di un tumore che le lascerà appena qualche mese di vita. Di qui la ribellione a ogni convenzione, così come la distruzione di tutto ciò in cui credeva.

La vita di Arianna diventa una corsa contro il tempo, ossia, una serie di avventure estreme che non avranno nulla da insegnarle, che non avranno una morale o un fine, ma solo la necessità di esistere e di aggrapparsi ancora alla vita.

Esistere vuol dire anche illudersi e l’illusione più grande con cui l’essere umano deve fare i conti è l’amore. Ma l’amore non è né bello né brutto, ma qualcosa che tende alla ricerca di una bellezza che spesso è solo un ideale e che in natura non esiste, e per Arianna sarà così: ricercherà ciò che non c’è ma che almeno, per un attimo, prima che arrivi l’ora fatidica, potrebbe essere acciuffato.

Niente di sentimentale o romantico, la protagonista non si farà troppe domande sul senso della vita, piuttosto si dispererà per non aver vissuto quando era in ottima salute, per non essersi lasciata trasportare dalle emozioni, per non aver creduto in se stessa. D’altronde, dietro un moralista si nasconde una persona che non vuole rischiare o compromettersi, ma la vita è compromesso, è sporcarsi, è ferirsi, è dolore e guarigione, e Arianna lo capirà tardi.

Mossa da un erotismo che sarà anche scoperta della propria identità, la protagonista di questo romanzo assaporerà un senso di libertà primordiale. Arianna è una donna che non ha nulla da perdere, il suo “conto alla rovescia” è un tempo di riscatto, ma anche un barlume di vita nel mezzo della noia.

Ma la vita sa sempre sorprendere e Arianna imparerà anche questo.

Thomas Bernhard, quel nipote con il dono della follia

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Zona di Disagio

Non c’è ipocrisia più diffusa di quella del sano nei confronti del malato. I sani, in fondo, non vogliono avere più niente a che fare con i malati e non sono affatto contenti che i malati, sto parlando dei veri malati, e cioè dei malati gravi, esigano tutt’a un tratto di ritornare in buona salute, o almeno di normalizzarsi o almeno di migliorare le loro condizioni di salute. Il sano, se è una persona sincera, ammetterà che non vuole avere più niente a che fare con il malato, non vuole che nessuno gli rammenti la malattia e, attraverso la malattia, logicamente e forzatamente la morte.

Paul Wittgenstein e Thomas Bernhard, un’amicizia che diventa un libro in cui, però, solo alcuni episodi sono realmente accaduti. Infatti, si tratta di una semi-biografia. L’autore austriaco ha trasformato a suo piacimento i fatti. I due si incontrano nel 1967 in un ospedale viennese. Wittgenstein soffre di attacchi di follia, Bernhard sta curando una malattia polmonare. Tra di loro nasce una profonda amicizia che durerà dodici anni, fino alla morte del nipote del noto filosofo.

Duecento persone verranno al mio funerale e tu dovrai tenere un discorso sulla mia tomba.

Paul chiede questo all’amico Thomas. Un desiderio che viene espresso nel momento in cui l’eccentrico aristocratico sente che la fine è vicina. Proprio la paura della morte lo perseguita e la sua follia alimenta questa fobia. La morte è una sventura di fronte la quale l’uomo è solo. Nei suoi momenti di pazzia, Paul piange e si dispera, corre ad abbracciare l’amico e lo supplica di non abbandonarlo. Eppure, lui è portatore di valori ascetici nei quali si rifugia attraverso l’arte, la musica e la letteratura.

Nel suo dolore sempreverde, Paul è un uomo disprezzato dai familiari. Come suo zio dilapida le ricchezze, distribuendole senza remore ai bisognosi. Bernhard legge qualcosa di simile in loro, ma anche di diametralmente opposto. Infatti, Paul è impazzito perché non ha saputo dare voce alla follia; mentre suo zio, Ludwig, ha saputo darle una forma attraverso la filosofia.

Cos’è quindi la follia? Bernhard ce la fa apparire come un dono, un talento che deve essere coltivato. Non ci sono sentimenti di compassione in questo libro. Thomas non prova né pena né pietà per l’amico, anzi, quando Paul muore lui si trova a Creta. Addirittura, lo scrittore abbandona al proprio destino l’eccentrico aristocratico proprio negli ultimi mesi di vita.

Ma perché questo comportamento ripugnante? Nell’osservare il decadimento di Paul, Thomas intravede i segni del suo tramonto. Anche lui ha paura della morte e della follia, della solitudine che si instaura nell’anima quando la malattia diventa una costante. Per lo scrittore austriaco, il suo destino è legato a quello del nipote del filosofo.

C’è poco da aggiungere, siamo in presenza di un libro di Bernhard. Ogni parola segna, ogni frase è un rintocco di campana che si propaga per chilometri. Non si sfugge da questa prosa incessante. Centotrentadue pagine zeppe. Un flusso ininterrotto in cui si scontrano vita, morte, solitudine, follia e cinismo; in cui la malattia del corpo e dell’anima si confrontano.