Ada Crippa. Coma. La vita Felice

Recensione a cura di Martino Ciano

Nelle parole di Ada Crippa ritroviamo l’attesa e la visione, il pre-giudizio che guida la ricerca, affinché ciò che arrivi dopo non sia una sentenza, ma un atto concreto di comprensione che vada al di là del senso comune. In queste liriche in cui l’amata sta al capezzale del proprio congiunto, ormai morente, pronto a oltrepassare, la poesia diventa un ponte verso la liberazione. Se il dolore è qualcosa di umano, che resta nel cuore di chi ancora soggiorna sulla Terra, allora, la morte non può che essere il momento dell’espiazione, della pace, dell’innecessario rimorso.

Ada Crippa si muove così: di fronte alla morte di un proprio caro tutto è inspiegabile, ma è proprio ora che si schiude l’essenza della verità. Eppure, ciò che non può essere spiegato a parole, diventa contemplazione, cosa in sé, per cui non esiste traducibilità, bensì silenzio e approvazione. In questo gioco che si fa giogo da cui la poetessa non vuole liberarsi, ecco la poesia, che è superamento del senso, della realtà e innesto di nuovi significati nella quotidianità.

Non esiste la morte, ma non esiste neanche la vita come noi la intendiamo. In questi versi compaiono la sospensione, la liturgia del limite, la preghiera dell’uomo che si ferma sull’abisso e ha il coraggio di scrutarlo senza giudicarlo.

Solo attraverso questa immersione nella totalità possiamo comprendere perché per Ada Crippa la grazia della bellezza/portata con silenzio/è un ponte per ogni precipizio. Solo attraverso l’accettazione del trapasso possiamo assaporare il senso della durata, che si manifesta nel ricordo, nella nostalgia che riunisce i pezzi e che si vendica delle Furie, evirando nuovamente quel Tempo divoratore da cui tutto ha avuto inizio.

Sono tornata qui/con lo sguardo del disincanto/sul cuore infranto della terra/dove vissute radici sciolte dal tempo/abbracciano il tuo corpo diafane essenze/accogliendolo nell’impasto materno/restituzione vitale nel cerchio della vita/sorride il cielo/allo sguardo senza veli/ai petali delle rose che ti sono manto/al tuo sepolcro.

Ed è così che l’uomo resta frastornato davanti a quella morte che si ripete, che strappa per riunire all’eternità. Che sia giusta o che sia sbagliata, Ella è e non si nasconde ed è per questo che la vita rimane inerme/inginocchiata/in attesa che l’aria torni/o che il destino si compia.

Solo nudi e disarmati possiamo leggere i “coraggiosi versi”, come li ha definiti Nadia Lisanti nella sua prefazione, composti da Ada Crippa.

Solo nudi e disarmati possiamo leggere i “coraggiosi versi”, come li ha definiti Nadia Lisanti nella sua prefazione, composti da Ada Crippa.

Italo Calvino. Palomar. Einaudi

Articolo a cura di Rosa Angela Papa – già pubblicato su Zona di Disagio

“Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato”.
Questa è la frase con la quale si può riassumere e racchiudere il libro Palomar di Italo Calvino. L’uomo ha sempre avuto bisogno di conoscere fino in fondo ciò che lo circonda, conoscenza che è innata e istintiva nell’uomo, ma la strada per arrivare ad essa è infinita e illimitata in quanto è riferita all’intero universo pertanto sarà sempre ipotetica o incompleta.

Il protagonista del libro è Palomar il cui nome deriva dal Monte Palomar, famoso osservatorio astronomico, dove si trova il telescopio Hale. Ed è proprio dall’osservazione che il signor Palomar comincia. Egli  osserva ciò che lo circonda cercandone l’essenza più profonda a livello esistenziale fino ad  inserirla in un contesto universale.

Palomar scruta scrupolosamente la “cosa” nei suoi più piccoli dettagli per arrivare alla completezza,  ma incontra tante difficoltà  perché la realtà, come ci insegna Hegel, non è un insieme di sostanze autonome, ma un organismo unitario.  Quest’ultimo coincide con l’infinito che è la ragione di ogni realtà.

“Contare i fili d’erba è inutile, non si arriverà mai a saperne il numero. Un prato non ha confini netti, c’è un orlo dov’è l’erba cessa di crescere ma ancora qualche filo scarso ne spunta più in là,  poi una zolla verde fitta, poi una striscia più rada: fanno ancora parte del prato o no?”…” Il prato è un insieme di erbe…”

In Palomar non mancano però elementi che fanno sorridere, come il racconto nel negozio di formaggi.

“Dietro ogni formaggio c’è un pascolo d’un diverso verde sotto un diverso cielo: prati incrostati di sale…prati profumati di aromi…Questo è un museo”.

I quesiti che pone Calvino, in maniera silenziosa e del tutto singolare, sono serissime questioni filosofiche. Per concludere affronta il tema della morte nell’ ultimo capitolo, dove essa non è vista come non esserci, ma come continua presenza.

“Se il tempo deve finire, lo si può descrivere, istante per istante-pensa Palomar,- e ogni istante, a descriverlo, si dilata tanto che non se ne vede più la fine”.

Pierre Klossowski. Il bagno di Diana. Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Eros e morte litigano dall’alba dei tempi; eros e morte sono la nostra essenza e in questa dicotomia, in questa guerra senza fine, si lega in maniera indissolubile la lettura di Klossowski nei confronti del mito di Diana e Atteone. Fuori da ogni accademismo, lo scrittore francese ci porta a spasso in questo luogo dell’anima, in questa grotta dove il giovane cacciatore sorprende nuda la dea della caccia, indefessa protettrice della sua verginità e delle partorienti, mentre si prepara per il bagno.

La reazione è violenta, Diana schizza dell’acqua in faccia ad Atteone, il quale si tramuta in un cervo che verrà poi sbranato dai cani. Klossowski percorre strade particolari per spiegare questo mito che ci è stato tramandato da Ovidio. Si concentra sulla dicotomia eros-morte. Atteone infatti richiama anche l’immagine dell’uomo con le corna. Dioniso? E se così fosse, egli avrebbe cercato di stuprare la vergine Diana? E dietro Atteone si cela un demone o, viceversa, un demone inganna il giovane cacciatore?

La prima contraddizione che lo scrittore francese rintraccia tra le tante varianti del mito è proprio il fatto che Atteone sia capitato casualmente nella grotta, in cui la dea stava per fare il bagno. Altro elemento fuori dal mito, ma rintracciabile, è che la dea nel momento in cui schizza l’acqua in faccia al giovane cacciatore, mostri la sua vulva; un gesto di rivalsa, quasi schizofrenico. Una contraddizione insita in ogni teofania, la quale incarna il desiderio di possedere ogni attributo divino.

Non è un discorso semplice quello che porta avanti Klossowski, ma non è neanche forzato. La visione della divinità smuove un apparato linguistico, ciò che io vedo è ciò che io sento e che non riesco a spiegare con parole umane. Pertanto, Atteone rimane abbacinato da Diana che si sta immergendo in acqua. Il suo bagno riposante è quiete del tutto, e di fronte a questa apparizione, il giovane cacciatore non può che cadere in estasi. Estasi inspiegabile, impossibile da raccontare secondo i nostri termini linguistici; estasi che lascia l’amaro in bocca nel momento in cui finisce, in quanto l’uomo vi accede solo per un attimo; estasi che uccide, perché la sensualità che sprigiona la dea, non è penetrabile carnalmente ma solo spiritualmente. Pertanto, l’unione tra Atteone e Diana, per quanto desiderata da entrambi, non può avvenire. Anche se sono faccia a faccia, essi abitano mondi diversi. In poche parole, il dialogo tra la divinità e l’uomo è solo puro sentimento, ossia, un sentire linguisticamente intraducibile, ma accessibile solo allo spirito, così come ci ricorda Heidegger.

Infatti, Diana trasforma Atteone in cervo proprio per impedire che egli racconti ad altri ciò che ha visto.

Atteone, insomma, più che vedere Diana la sente; il suo tentativo di raffigurarla in carne e ossa lo inganna, lo trasforma, lo rende demone. Klossowski ci porta per mano in questa bellissima rilettura, tradotta con dovizia da Giuseppe Girimonti Greco. Un libro che ci apre a nuovi scenari linguistici in cui il mito non è solo un episodio da raccontare, ma un evento unico e irripetibile che spiega il tutto.

Monica Pezzella, Binari, TerraRossa edizioni

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Sembra quasi che i protagonisti di questa storia sentano il bisogno di “espiarsi”, che il loro incontro sia uno “scontro” voluto e cercato in cui l’uno spera nella resa dell’altro.

Ma al fianco dell’architetto Marcel, amante della simmetria, e del rampante Ale, che cade nella trappola dell’amore, c’è una Voce che spia e riassume i loro momenti intimi. Lei li osserva entrambi da quel “cielo” che non giudica, ma che guarda e “benedice” ciò che si riflette in un sentimento che entrambi provano ad allontanare.

Il breve romanzo di Monica Pezzella è un racconto di anime che si spogliano della loro carnalità proprio attraverso amplessi rituali. Un’espiazione, per l’appunto, un liberarsi da ogni pregiudizio. Ma in mezzo a tutto questo c’è una contraddizione: quella voglia di “possesso assoluto”, cercando di conquistare il corpo dell’amante-avversario.

Marcel proverà con il denaro, Ale con l’amore. Eppure, questa continua aspirazione verso un’unione pura, fa i conti con la “quotidianità” e con i suoi problemi irrisolvibili. Primo fra tutti: voler essere spirito nonostante si abbia un corpo.

Lasciamoci quindi guidare da questa Voce che sta tra due uomini che cercano le loro anime proprio mentre si uniscono. Sono persone che viaggiano su due binari differenti, che a volte vanno in direzioni opposte. A qualche compromesso dovranno pur scendere, purché si trovi il tempo per pattuire una pacifica convivenza.

Ed è questo un altro aspetto del romanzo della Pezzella: il tempo.

Il tempo che non esiste al di là della carne, il tempo durante il quale si consuma un amplesso che è quasi un momento “sacro”, liturgico. Così, l’inizio potrebbe essere semplicemente la fine della storia e il passato un eterno presente, perché per la memoria tutto è un qui-ora.

Goffredo Parise, L’odore del sangue, Rizzoli

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicato su L’Ottavo

È un libro spregiudicato, crudele, cinico, profondamente umano.

È la riscoperta dell’istinto di base, ossia, di quella sopravvivenza che è violenta lotta contro la morte. Se è vero che il sangue è vita, che il suo odore e il suo sapore plachino la bestia che addenta la preda, è anche fuor di dubbio che esso richiami la passionalità, la carnalità e la sessualità.

Goffredo Parise scrisse questo romanzo alla fine degli anni settanta, non voleva pubblicarlo, forse perché lo considerava troppo intimo e personale, nonostante i fatti raccontati non gli appartenessero. Ci parla di una strana coppia di cinquantenni, due persone che si raccontano le proprie relazioni extraconiugali con due giovanissimi. Ma è la moglie dell’uomo, Silvia, la vera protagonista di questo romanzo.

Lei è una donna che vive una seconda giovinezza innamorandosi di un ragazzo ignorante, grezzo, amante della violenza e adepto del “culto del corpo”. Il suo, infatti, è un corpo delineato, curato, vigoroso. Lui è un Priapo “dal cazzo sempre duro e pronto all’azione”.

In questa insensata storia d’amore, in cui a prevalere è l’odore del sangue, ossia, la pura bestialità che tramuta l’uomo in un essere istintivo e irrazionale, la preda “Silvia” non è altro che l’immagine di una donna che non accetta la propria età, che non riesce a concepirsi come essere-in-decadenza. Ma anche suo marito sta vivendo la stessa situazione e proprio lui, in qualità di narratore di questa storia, si immedesima in sua moglie, e placa la sua gelosia solo quando annusa “l’odore del sangue”; un odore che è ovunque, che ha pervaso il mondo.

L’odore del sangue è un libro che parla dell’amore come anello di congiunzione tra la vita e la morte. Ma non è un’opera sull’amore perverso, malato, violento; piuttosto, tra queste pagine si parla dell’uomo nella sua “nuda vita”, della sua bestialità, della sua paura di estinguersi, della sua paradossale necessità di non essere in ogni istante presente a sé stesso.

E in questo perdersi tra la forza caotica dell’amore, Silvia apparirà come la preda perfetta e come il capro espiatorio di una sessualità che è sempre dialogo tra “la vita e la morte”.

Solitudine. Una spiegazione

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Sei solo anche tra mille persone, nel mezzo di una folla in cui ognuno ha perso i propri connotati. Ma riesci a riconoscere i tuoi. Non sono mai cambiati. Erano così prima di immergerti tra gli uomini e così resteranno. I tuoi pensieri sono astratti, poco concreti, guardano altrove, ti fanno oltrepassare.

Dove c’è un marciapiede tu vedi un fiume grigio che scorre placido…

L’acqua riflette il cielo grigio, poco illuminato, mentre l’alba avanza e il nuovo giorno abbraccia il mondo… che cazzo è un nuovo giorno? Magari sarà l’ultimo che vedrai o sarà il primo di un’Era di follia, di pace, di gioia… parusia… s’aprono le danze, Dio ha dato inizio ai festeggiamenti e sulle tavole imbandite, laddove si celebrano le seconde Nozze di Cana, tu cerchi la formula magica con cui trasformare l’acqua in vino. Oh sì, anche tu vorresti compiere un miracolo o, magari, contagiare tutti con un’allucinazione, perché se tutto fosse stato solo un’allucinazione, Gesù sarebbe stato considerato un compositore di messaggi lisergici e ogni sua parola non avrebbe avuto effetto senza la stupefacente necessità di oltrepassare il limite.

Un uomo fischietta, ma nella tua testa il suo sibilo è simile a un’esplosione…

Nulla è vero intorno a te, nulla ha consistenza, nulla ha valore. La solitudine è così: sentire altro, essere diverso, estraniarsi dalla realtà, aver brividi di freddo e riuscire a parlare solo con la propria coscienza… coscienza infettata dal virus del silenzio… ricordi quando ricercavi il silenzio in una stanza di cui chiudevi la porta a chiave e a ogni scatto di serratura cresceva quella voglia suicida di non aver contatto con il mondo mentre il sole rovente dell’estate torturava l’umanità… e faceva sera, e poi la notte… quanto hai amato la notte. Un viaggio oscuro, anzi, il più luminoso… il silenzio della notte è come quello della morte, perciò tanti non sopportano l’idea di svegliarsi all’improvviso nel cuore dell’oscurità, perché riaddormentarsi sarebbe come morire di nuovo. Si vorrebbe morire una sola volta al giorno, possibilmente senza soffrire… addormentarsi-morire, insonnia-soffrire… di quante parole-chiave abbiamo bisogno per sopravvivere all’incomunicabilità, mentre la paura della solitudine ci spreme, e chi ci ha inculcato che siamo animali sociali o chi ci ha consigliato di amare il prossimo era un solitario, misantropo, portatore di infelicità.

Su una panchina si è accucciato un gatto, ma tu vedi te stesso…

Forse non ti sei mosso di qui e tutte le cose intorno a te non sono mai esistite. Forse è così forte questo senso di solitudine che non puoi far altro che immaginare e, intanto, quando hai oltrepassato il limite della normalità per entrare nel territorio della ragione ragionevole che sa ragionare anche sull’irragionevole, tu riconosci che su tutto si può fantasticare proprio perché esiste. Ed è per questo motivo che ami la solitudine, perché mentre la attraversi tutto ti appare vero.

Rimodellare. Un delitto inconscio

 

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Racconto di Martino Ciano – già pubblicato su Libroguerriero

Forse l’ho già scritto da qualche parte o forse ho solo immaginato di scriverlo, l’uomo è nato per tormentare e per tormentarsi. La cosa importante è capire quanto ne valga la pena. Eppure, ci è data la possibilità di scendere in strada e sparare, dando vita a un giocoso massacro in cui tutti sono vittime e carnefici; così come possiamo sputare veleno su un foglio bianco, usando le parole come proiettili, e poi, strappare o bruciare tutto, lasciare che ogni pensiero torni a essere un segreto. D’altronde, un segreto è sempre qualcosa che ci angoscia, che ci scava. Sappiamo che prima o poi troverà il modo per manifestarsi al mondo, ma non importa, bisogna pur patire per qualcosa.

Questa notte ho voluto chiudere i conti con il mio segreto. Mi sono svegliato alle due e tredici minuti, sono andato in cucina, mi sono preparato una tazza di caffè, l’ho buttata giù come un assetato, sono andato in bagno, mi sono lavato il viso, le ascelle, poi ho messo i pantaloni blu scuro, la camicia azzurra, i mocassini color indaco.

Fuori la notte, addosso avevo tutte le tonalità del cielo delle prime ore del giorno.

Mi sono seduto alla scrivania e ho iniziato a confessarmi.

Avevo appena finito di rimodellare una donna, la mia donna di cui non ricordo neanche le iniziali del nome. Stavo lavorando intorno al collo e a un tratto ha smesso di muoversi. Tutto stava andando bene. Ricordo che avevo davanti a me un ammasso di argilla morbida e le mie mani ricostruivano l’immagine che avevo di lei in mente. Ho sempre amato modellare, costruire, far sì che tutto fosse come me lo immaginavo. Ho sempre odiato il caso, il libero arbitrio. Mi sembra ingiusto che un uomo nasca e si accontenti di ciò che qualcuno ha creato per lui.

Bisogna osare. Con la mia donna ho osato. È stata l’unica volta in vita mia e poi lei è sempre stata così accondiscendente. Silenziosamente, mi ha sempre ringraziato.

Prima del ritocco che ho apportato qualche ora fa sul suo corpo, ho impiegato cinque anni per imprimerle la forma che volevo. Ha lasciato il lavoro da segretaria d’azienda, ha lasciato la palestra, ha smesso di frequentare le sue amiche, ha abortito perché non avrei mai voluto un altro impiastro da modellare a mia immagine, sarebbe stato troppo impegnativo, non potevo permettere che la mia casa si trasformasse in un museo delle ceri. Ha imparato a parlare la mia lingua, ha soddisfatto le mie voglie a tavola, a letto, nel vestirsi, nel pettinarsi. Non ha mai disobbedito. Poi, un giorno, ha iniziato a ribellarsi, a gridarmi contro, mi ha chiamato mostro. Non potevo permetterle che si rivolgesse così. Dovevo intervenire.

Solo mia madre mi apostrofava mostro quando mi beccava a torturare le lucertole. Avrei rimodellato anche lei, ma non potevo fare tanto; d’altronde, lei mi aveva donato la vita, mi aveva allevato. Dovevo accettare i suoi rimproveri. È una legge di natura, non si può distruggere il proprio creatore, al proprio creatore ci si sottomette. E poi, ci pensava mio padre a rimodellarla con qualche ceffone sul viso. Anch’io avrei voluto farlo, mi sarebbe piaciuto. L’ho fatto con la mia donna. Qualche schiaffo, qualche calcio, tante parole che le incutevano terrore, che le facevano piegare la testa, a cui rispondeva spogliandosi, allargando le braccia e accogliendomi in lei, e quando la penetravo era come se penetrassi in me, nella mia opera d’arte. Era l’unico momento in cui mi sentivo in pace con l’anima.

Ora, però, deve svegliarsi.

La mia donna è distesa sul letto. Ha un corpo ferace. Vorrei possederla, farle capire che è mia, che non deve disobbedire più. So di essere esagerato ma deve avere pazienza. Quando tutti i miei tormenti saranno finiti, sarò sereno e lo sarà anche lei.

Adesso, devo svegliarla. Il rimodellamento è finito da un pezzo.

Devo solo togliere i segni viola che ha intorno al collo e poi sarà perfetta.

Daniel Cundari, Il silenzio dopo l’amore, Ferrari editore

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Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Suddiario

Pensate a un uomo che non riesce più a dormire e immaginate i suoi pensieri, i suoi tormenti, le parole che si accavallano nella sua testa, le lettere che si uniscono e formano termini dal significato ambivalente, dopodiché, riportate alla mente una nottata che avete passato in bianco e immedesimatevi in questo autore calabrese che sperimentando l’assenza del sonno, ma non della stanchezza, lotta contro i suoi pensieri.

Dite la verità, anche voi avete vissuto un’esperienza simile, ma non avete mai avuto il coraggio di entrare e di bagnarvi in questo fiume di parole, tutt’al più, vi siete lasciati trascinare.

L’insonnia è causata da un eccesso di lucidità che a sua volta deriva dal terrore che proviamo nel momento in cui dobbiamo sprofondare coraggiosamente nel nostro inconscio. Non dormire equivale a fare i conti con il buio, con il silenzio e con una coscienza posseduta dalla follia.

Ma di quale follia ci parla Cundari?

Di quella che alimenta discorsi che stanno al di là della realtà. Sono dialoghi non sottomessi al politicamente corretto, composti da parole che si manifestano senza filtri o maschere. Insomma, durante i monologhi dell’insonnia ogni parola è logos e non mythos, ossia, non è edulcorata ma è espressione di un’intuizione che preannuncia la verità e che come tale si impone.

Ecco a voi Il silenzio dopo l’amore, libro che mai si arresta e che lascia respirare quel poco che basta per continuare a leggere. Cundari scrive un flusso di coscienza che non vuole arrestarsi e che prima di zittirsi porta a termine la sua vendetta, ossia, persuadere l’insonne. E sebbene in questo discorso notturno non ci sia sempre un senso, la forza di queste parole risiede proprio nella loro capacità di presentarsi senza veli, di essere pure, di essere comprese solo dalla coscienza. E proprio perché questo pensiero mai si arresta, esso è capace di catturare tutto, compreso l’insonne che cerca disperatamente il varco salvifico che lo conduca al sonno.

Daniel Cundari pone davanti ai nostri occhi un libro breve ma ricco di spunti di riflessione, capace di guidarci verso una deriva affollata da pensieri dispersi. E quella che può sembrare una divagazione diventa una interminabile poesia, in cui la parola si mostra chiaramente.

Esilio, ossia, una riflessione dopo aver letto Pavese

Articolo di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Conservo per me le piccole gioie di una riflessione suffragata dal bisogno di evasione che si avverte nei momenti in cui Dio è morto. Non c’è pessimismo nel nichilismo ma disillusione, e disilludersi vuol dire prendere coscienza della realtà attribuendo alle cose il loro nome. Come Adamo possiamo rinominare il creato abbandonato dall’Eterno. La sua assenza è un dato di fatto, solo gli estremisti possono ancora credere nel suo intervento… girano come bimbi fin quando una vertigine non li farà cadere in terra.

Ecco le lacrime delle cose. Tutto è compiuto. Ciò che è mortale tocca la mente.

Siamo pronti per l’esilio.

L’esilio è la scelta suprema di chi non vuole più mettere piede su un suolo che non gli appartiene, è la strada imboccata da chi ha deciso di attraversare la realtà e non le illusioni della fama e dell’approvazione.

L’esilio è la nobile ricerca di un’alternativa che preservi l’individuo dal male collettivo. Gli avvenimenti devono far riflettere ma non scombussolare, ciò obbliga a passare da un’empatia di facciata a un’empatia vera, libera da tutti i formalismi. Chi sceglie l’esilio sa che è un uomo tra uomini con lo stesso destino. Alla morte importano poco le qualità che ognuno di noi si attribuisce, poco le importa di tutto ciò che è stata la nostra vita.

Mortuus est… tutto sparisce in un sol colpo.

L’esilio è il bisogno istintivo dell’uomo di aspirare alla sua salvezza.
Essere impronta di se stesso e non per il mondo che dimentica e cancella tutto.

Un minuto di silenzio per i morti del passato, per quelli recenti, per le vittime degli attentati terroristici. Rimane solo questo… un minuto di silenzio in cui il dolore è assenza di parole, suoni ed emozioni. Eppure, la sofferenza è rumore, scuotimento, tremore.

Ma più che di silenzi avremmo bisogno di risposte. Le chiedeva Pavese, guardate che bella questa sua riflessione.

Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: – Dei caduti cosa facciamo? Perché sono morti? – Io non saprei rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

Nessuno sa rispondere.

Termino dicendo che nonostante le mie forze né l’esilio, né il nichilismo preservano l’uomo dal dolore. Perché convincervi del contrario? Questa è un riflessione scritta di getto, seduto in poltrona, mentre in tv passa un telefilm poliziesco.

Solo l’ennesima cazzata venuta fuori, così.

Louis-Ferdinand Céline, Morte a Credito, Garzanti

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato sul blog di Giacomo Verri

Ferdinand lo sapeva bene che scrivendo questo libro sarebbe diventato immortale, anche se i tempi non erano maturi, anche se tutto era contro di lui. Un vero scrittore, però, se ne infischia delle epoche, della retorica e dell’educazione.

Sapeva bene che descrivendo la propria dissoluzione avrebbe parlato anche di quella degli altri. Un sentore comune è un fiore che sboccia nell’inconscio collettivo e sempre di più cresce nell’anima delle generazioni che verranno.

Sapeva bene che i debiti si scontano vivendo. La morte è un casello dove non si paga il pedaggio. Arriviamo alla fine del percorso esausti, pronti a dire finalmente è finita. Cos’altro può chiederci la morte se per raggiungerla ci siamo già dannati?

Sapeva bene Ferdinand che raccontando della sua adolescenza, vissuta in quei primi anni del XX secolo, in quel periodo che gli storici chiamano Belle Époque, avrebbe potuto raccontare solo del bel marciume che si annidava nella sua Francia malata di positivismo e di “borghesismo”.

Lui, ragazzino, poi adolescente, poi pronto a partire per la Grande Guerra.

Lui, che si fidava solo di suo zio.

Lui, che usava l’indifferenza per ribellarsi ai propri genitori.

Lui, che non voleva studiare, che non voleva lavorare, che non riusciva a dare un senso alla sua vita.

Lui, che si faceva le prime scopate con una donna matura.

Lui, che se lo faceva succhiare da un ragazzino più piccolo, ma buongustaio, perché aveva scoperto che le palle di Ferdinand producevano tanta sborra.

Lui sapeva benissimo che scrivendo queste parole nel 1936 avrebbe creato ribrezzo e disapprovazione.

Il degenerato Céline, però, ha tirato dritto per la sua strada. La realtà è un insieme di cose che hanno un nome e un cognome. Non hanno un senso, così come non ce l’ha la vita di ogni essere umano, a meno che non si lotti per essere se stessi. Perciò Ferdinand se ne andava a zonzo, infischiandosene delle belle maniere, delle belle parole e dei buoni costumi. Doveva scoprire la sua vocazione, se stesso, il senso del non senso della vita.

Solo portando a termine questo difficoltoso viaggio ci meritiamo la giusta morte, quella assegnataci “a credito”, come una ricompensa.

Ed è così che il degenerato Céline parla a tutti noi.

Per questo Morte a credito è una pietra miliare.

Chi non legge questo romanzo è destinato a non veder mai terminare la propria notte.