Paolo Codazzi. Lo storiografo dei disguidi. Arkadia

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per L’Ottavo

Se una storia racconta di un tempo e di uno spazio, allora i posteri leggono ciò che è stato senza possibilità di interpretazione o di verifica. Accade poi che nella ripetizione del racconto di un ricordo o di un’impressione ci sia sempre un tratto di singolarità, quindi una aggiunta di emozionalità, e proprio quell’elemento in più innesca l’equivoco.

Lo storiografo dei disguidi gioca ironicamente con gli aspetti mendaci della memoria e della intenzionalità che si nascondono dietro ogni gesto umano. Con sguardo strabico, come dice lo stesso autore, Codazzi si diverte con i punti di vista e con l’impossibilità di giungere a una versione definitiva, perché da buon conoscitore di Thomas Bernhard, lo scrittore fiorentino sa che bisogna ritrovare il contenuto di verità che sta nella menzogna… ma potrebbe essere anche il contrario.

Codazzi sceglie le parole con cura, imprime sul foglio un flusso ipnotico che riesce a mascherare le contraddizioni e i disguidi attraverso cui ogni racconto diventa cronaca incerta che si libera in uno spazio-tempo, che annulla ogni alternativa. Lo scrittore fiorentino è influenzato dai grandi filosofi, dalle intuizioni dei grandi narratori. Nella ricerca di un elemento nuovo nel mezzo di una serie di libri tutti uguali, ritroviamo le stesse suggestioni con cui Borges ha saputo costruire i suoi labirintici e ipotetici mondi.

E poi c’è Firenze, luogo e non luogo che fa da sfondo a un sapiente uso della narrazione, perché per creare mille disguidi c’è bisogno di uno spazio che sia capace di abbindolare e gettare nello spaesamento coloro che lo attraversano. E qui Firenze appare in frammenti che non riescono sempre a riunirsi, che la rendono una città sospesa e avvolta in una nebbia metafisica che offusca il senso delle cose; tant’è che il capoluogo toscano diventa il tavolo su cui Dio gioca con i suoi dadi.

Ironico ed equivoco, il libro di Codazzi si inserisce in quel filone narrativo che invita il lettore a partecipare alla costruzione di ogni storia, anche se tutto è già stato scritto e non può essere modificato. Ma è proprio questa illusione che rende il libro così suggestivo.

Isabel Allende tra cuore e magia

Articolo di Letizia Falzone

Ha vissuto la sua vita tra gioie e dolori, trasformando le sue esperienze dirette in storie da raccontare.
La sua vasta produzione letteraria, caratterizzata da uno stile che fonde alla perfezione la realtà con la sua infinita fantasia, è diventata nel tempo simbolo di riscatto e di ribellione.
Ha raccontato dei più forti e dei vulnerabili, delle gioie e dei dolori, non solo degli altri, ma anche di quelli che la riguardavano.
E il suo “realismo magico” è qualcosa in cui tutti dovremmo catapultarci.

Isabel Allende nasce il 2 agosto 1942 a Lima.
Suo padre abbandonò moglie e figli quando lei aveva appena due anni. La famiglia si trasferì pertanto dal nonno materno, un uomo benestante, in una bella casa a Santiago (poi evocata ne «La casa degli spiriti»).
Bambina inquieta e già cittadina del mondo, si trasferisce in Bolivia, in Europa e in Libano, sempre a causa del lavoro diplomatico del marito della madre.
Nel 1959 torna in Cile e tre anni dopo sposa Michael Frias, con cui avrà due figli, Paula e Nicolàs.

È l’8 gennaio del 1981, quando si trova a Caracas, in autoesilio dopo il golpe del generale Pinochet in cui aveva trovato la morte il cugino di suo padre, il presidente Salvador Allende.
Non è ancora la scrittrice di bestseller, ma è una giornalista con un matrimonio in crisi e due figli che stanno per andare all’università. Quando scopre che suo nonno, in Cile, sta per morire, comincia a scrivergli una lunga lettera. Non verrà mai letta dal destinatario, ma sarà l’inizio del suo libro più conosciuto: “La casa degli spiriti” che uscirà un anno dopo, nel 1982.

Ci sono libri capaci di nascondere tra le loro pagine l’intero mondo del loro autore e “La casa degli spiriti” è uno di questi.
Le vicende dei personaggi della grande casa dell’angolo riflettono quelle della famiglia di Isabel, che per prima spesso ribadisce come la sua infanzia non sia stata felice. Ma questo precoce contatto con le avversità della vita ha affinato il suo spirito di osservazione e la necessità di raccontare una storia che non è mai a un unico binario, ma è formata dalle tante storie individuali dei suoi attori.
Una matrioska che di capitolo in capitolo svela i personaggi, dedica un po’ di spazio a ciascuno di loro e li inserisce nel più ampio affresco di cui fanno parte e che molto spesso prende le mosse da eventi reali, da notizie curiose, da ritagli di giornale, approfonditi con cura e passione.
Nel suo affascinante stile narrativo che fonde la realtà con la fantasia, le leggende e i sogni, non è difficile scorgere l’influenza del “realismo magico“, una tecnica descrittiva in cui il realismo si fonde con la rappresentazione di episodi soprannaturali osservati con lo sguardo distaccato di chi è abituato a certe visioni e non vi avverte nulla di macabro. 

Paragonato spesso allo stile di un altro grande autore latinoamericano, Gabriel Garcia Marquez, il realismo magico di Isabel Allende è in realtà un modo di scrivere in evoluzione, accattivante, che si è andato affinando nel corso della sua vasta produzione letteraria. Lei stessa, sul suo sito ufficiale, ha definito la sua letteratura come un esempio di scrittura «realistica, che affonda le radici nella mia notevole educazione e nelle creature mistiche e negli eventi che hanno alimentato la mia immaginazione».
In ogni passo dell’imponente produzione letteraria della Allende, in ogni sua opera è possibile ravvisare le sue convinzioni femministe, il suo impegno per la giustizia sociale, segnali evidenti delle dure battaglie politiche che hanno tratteggiato la sua vita e plasmato le sue convinzioni.

Uno degli eventi che hanno segnato la sua vita è stata la morte della figlia. Nel 1991 improvvisamente la figlia Paula, a ventotto anni, si ammala di una malattia rara e gravissima, la porfiria, che la trascina in un lungo coma.
Durante questo terribile periodo, l’autrice comincia a scrivere, raccontando i ricordi della loro vita insieme in una toccante biografia della figlia che si rivela una vera e propria dichiarazione d’amore, ma anche un viaggio verso l’accettazione della dura realtà.
Un anno dopo sua figlia muore e la Allende pubblica gli scritti nel libro “Paula”.
Con questo libro, si conferma il potere guaritore della scrittura per superare i momenti più difficili e drammatici della vita.

Negli ultimi anni, la vita l’ha portata in una nuova ed emozionante direzione: il mondo dei bambini e dei giovani. Da questa fertile immaginazione, e senza smettere mai di ascoltare la sua bambina interiore, nasce la trilogia “Le avventure di Aquila e Ciaguaro”.

Impegnata, coraggiosa, onesta e creativa, sempre fedele a se stessa facendo sentire la sua voce e regalando forza e intensità alle voci delle donne di tutto il mondo, Isabel Allende non è soltanto una scrittrice, ma una forza della natura, che con il suo talento ha costruito un meraviglioso mondo immaginario dove tutto è possibile, oltre le lingue, le religioni e i confini geografici e culturali.

Simbolo di riscatto, di ribellione, di emancipazione, è probabilmente la più grande scrittrice in lingua spagnola di sempre.

“L’amore ci fa diventare buoni. Non importa chi amiamo e non importa nemmeno essere corrisposti o che la relazione sia stabile. È sufficiente l’esperienza di amare: è questa che ci trasforma.”

Giuseppe Scaglione. L’ultima notte. Les Flâneurs Edizioni

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Zona di Disagio

La Bari di cui parla Giuseppe Scaglione ha le sembianze di una metropoli post-moderna, in cui ancora è visibile lo scontro tra provincialismo ed emancipazione, tra un feroce e cieco progresso e quell’animismo meridionale che rifiuta tutto ciò che è nuovo. Forse, è proprio Bari la vera protagonista di questa storia. Nulla che si discosti dalla realtà, Scaglione ci racconta di una città divorata dalla malavita e da una classe imprenditoriale dai metodi squadristi.
Diventiamo così spettatori di un’involuzione mascherata di benessere e di illimitata fiducia verso il futuro, di perbenismo e di ricerca dello svago. Ma tutto ciò che è frutto di incesti e di speculazione mostra i suoi isterismi, le perversioni e il volto di un innaturale vitalismo che ha come unico fine la distruzione.

Ed ecco un omicidio, dietro cui si cela un giro di usura e di pedofilia, di sesso e di denaro. Tant’è che la città diventa un castello che poggia sui fragili miti del progresso e sui più truci mali dell’anima. È un processo naturale quello che ci racconta Scaglione, che ha anche deciso di riportare alla luce la tradizione e la storia di questa città che ama.
A scoprire che qualcosa è cambiato è il commissario Andrea Lamparelli. Lui è nato a Bari, ma è stato lontano dalla città pugliese per ben vent’anni. Il suo ritorno non è dei migliori. Infatti, investigando sulla morte di un uomo scoprirà che tanto del mondo di una volta non c’è più e che il cambiamento non è stato in bene.

Non c’è niente di moraleggiante nella scelta di Scaglione, anzi, la sua è una presa d’atto; e in questa critica romanzata, più che un’accusa è possibile rintracciare un sentimento di amore verso la propria terra, di necessità di riappropriarsi di un’origine che sembra essere stata cancellata. Lamparelli, in fondo, è un po’ l’incarnazione di un uomo smarrito, che di fronte alla banalità del male, cerca rifugio in un passato che non viene rimpianto, ma che è un luogo senza tempo, ancora lontano dal disastro.

L’ultima notte non è solo un giallo, non è il solito romanzo che pone al centro un’indagine e non lancia sulle scene un nuovo commissario sul quale imbastire una fiction; il libro di Scaglione è un romanzo-di-passaggio in cui si respira quell’ordinaria aria di decadenza, tipica della modernità e della fiducia nell’eterno progresso.

L’ultima udienza

Un racconto di Antonella Perrotta

L’aria, nell’aula della Corte di Assise, sapeva di legno, di sigaro, di carta e di polvere.

L’avvocato Domenico Domenici osservava in silenzio i colleghi seduti avanti a sé e quelli dietro. Erano in tanti, una cinquantina, e, per quanto composti, nell’insieme spandevano un brusio tra le pareti rivestite di legno della stanza. Avevano tutti l’aria stanca e assonnata. L’avevano anche i giudici, anche i giurati popolari, per quanto si sforzassero di mantenere le spalle erette, lo sguardo fisso in avanti e l’espressione imperscrutabile di chi è chiamato a decidere in maniera imparziale. Solo il Presidente se ne fotteva: lui sbadigliava e non si sforzava di nasconderlo.

Erano lì da sei ore, giusto una breve pausa pranzo, e chissà per quanto ne avrebbero avuto ancora. Erano le lancette dell’orologio a dirlo, oltre che la stanchezza, non la luce abbagliante del primo pomeriggio. Quella non si vedeva, ché non v’erano aperture nell’aula, se non la porta d’ingresso che era stata sbarrata. Ma c’era. Fuori, nel mondo libero.

L’avvocato D.D. era giovane, forse pure troppo per un processo importante come quello: ottanta imputati per più di duecento capi d’imputazione. Era un processo per associazione a delinquere, uno di quelli che avrebbe dovuto scuotere scienza e coscienza e fare pulizia nella comunità. Aveva accettato l’incarico perché era curriculare, ma non ci aveva dormito la notte. Non era ansia per l’attività che avrebbe dovuto svolgere, la sua, il mestiere lo conosceva bene, nonostante l’età. Non era neanche perché difendeva due malavitosi di cui si sforzava di sostenere lo sguardo. Non si poneva alcuno scrupolo morale, sebbene più di qualcuno gli avesse chiesto come poteva sostenere la difesa di chi, per fatto notorio, aveva le mani macchiate di sangue. Sapeva bene che, senza di lui e senza i suoi colleghi, il processo non si sarebbe potuto celebrare e che un processo e la difesa in giudizio vanno assicurati a tutti, anche ai peggiori delinquenti, se si vuole che, il nostro, sia uno Stato garantista. Non si risponde ad un sopruso con un sopruso. Lo Stato non può permettersi soprusi. Processi rispettosi della legge, invece. E, per farli, servono anche gli avvocati.

Era altro quello che lo disturbava. Erano gli accordi, sordidi e infami, che seguivano gli incontri nei bar all’aperto, le telefonate in codice, le mazzette nei sacchi della spazzatura. Trame da cui s’era sempre tenuto lontano. Lui voleva fare soltanto il suo dovere, servire la macchina della giustizia, non essere complice del reato. Voleva esercitare il mestiere per il quale aveva studiato, farlo bene, essere bravo. Ben retribuito, anche, ché non aveva pretese di santità caritatevole.

Si guardava intorno sospettoso, chiedendosi di chi avrebbe potuto fidarsi, là dentro. Sentiva il peso di una longa manus, potente e invisibile, spingere contro il soffitto, un pugno chiuso pronto a colpire la testa di chi non aveva preso parte agli incontri segreti nei bar all’aperto, non aveva risposto al telefono e aveva buttato nell’indifferenziata i sacchetti della spazzatura. La sua, insomma.

L’ultimo collega aveva appena finito di parlare. La Corte si alzò e si ritirò per decidere. Uscirono tutti dall’aula per bere, mangiare, fumare, qualcuno anche per tirare coca. Si sarebbe fatta sera prima di avere il verdetto. Ma l’aula non l’avrebbe saputo, non esisteva il giorno e la notte, lì dentro. L’avvocato D.D. si intrattenne con alcuni colleghi che godevano della sua stima e della sua fiducia. Erano perplessi e impauriti quanto lui, non per se stessi, ma per la sorte della giustizia. Finì con l’assopirsi su una panca di legno del corridoio. Poi, la campanella che annunciava il rientro in aula della Corte suonò e lui si svegliò. Guardò l’orologio. Erano passate altre quattro ore.

Fu letta la sentenza. I giudici e i giurati si ritirarono, i detenuti furono fatti uscire da dietro le sbarre e accompagnati fuori in manette dalle guardie carcerarie, il cancelliere recuperò i fascicoli d’ufficio, gli avvocati chiusero codici e scartoffie nelle valigette color cuoio e riposero le toghe di lana leggera nelle sacche. L’aula si spogliò, le luci si chiusero.

L’avvocato D.D. uscì dall’edificio, salì nella sua auto. Si lasciò andare col capo riverso sul volante, sfatto di stanchezza e disillusione e si abbandonò a un lungo pianto.

*Foto: L’uomo angosciato

Oriana Fallaci. La vita è una guerra ripetuta ogni giorno. Rizzoli

Articolo di Rosa Angela Papa già pubblicato per Zona di Disagio

Sin dall’antichità l’uomo ha usato la guerra, in nome di Dio, di dottrine, ideologie, scopi politici ed economici per trovare soluzioni veloci e risolutive, ma come diceva il teologo Michele Serveto “Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, ma uccidere un uomo”.

La guerra non può e non deve essere un mezzo per trovare la soluzione.
Oriana Fallaci, giornalista, scrittrice e attivista italiana, è la voce della libertà e della verità e in questo libro la sua voce diventa un urlo, un’esortazione a riconoscere il fanatismo islamico per mettere in guardia l’Occidente.
“Ho visto libertà ferite, anzi assassinate, in nome di quelle libertà. Ho visto apostoli della libertà trasformarsi in carnefici della libertà, in nome di quella libertà “.

L’autrice del libro aveva solo quattordici anni quando, per seguire il padre nel 1943, entra nella Resistenza come staffetta e quando finisce ne esce come soldato semplice.

“In quegli anni imparai a odiare la guerra…a comprenderne la illogicità, la imbecillità, la follia.”

Un odio, quello verso la guerra, nato troppo presto tanto da rendere il ricordo dell’infanzia e dell’adolescenza cupa. Ma a differenza di chi faceva la guerra per attaccare, Oriana faceva la guerra per difendersi.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Oriana ha l’occasione di trovarsi in prima linea entrando a Budapest per raccontare e descrivere la rivolta del 1956, ma al confine viene fermata dai carri armati sovietici. “Io volevo solo raccontare la guerra a chi non la conosce “, mail suo sogno viene interrotto e “La libertà è un sogno. …Però guai a non rincorrerlo”.

Oriana fa del dubbio che l’attanaglia una risorsa, lei vuole capire, soprattutto vuole sapere cosa pensa un uomo quando uccide un uomo che non conosce.
Così, armata di coraggio, caparbietà e tenacia, parte per il Vietnam dove conosce i fedayn in lotta contro l’occupazione di Israele. Ella entra nel conflitto mettendo a repentaglio la sua vita pur di comprendere le ragioni della Storia.

Nel 1971 Oriana è testimone di una guerra tra India e Pakistan, una guerra breve e ipocrita e nel 1973 si reca in Grecia per intervistare Alessandro Panagulis appena scarcerato, ma tra i due nasce un forte intesa, da quel momento non si staccarono nemmeno una volta, ella le stette accanto fino alla morte.

Panagulis, politico rivoluzionario, noto come Alekos fu assassinato perché cercava la verità e la trovò! Egli è “L’eroe che si batte da solo per la libertà e la verità, senza arrendersi mai e per questo muore ucciso da tutti: dai padroni e dai servi, dai violenti e dagli indifferenti”.

Nel 1982 in seguito al massacro di Sabra e Chatila, Oriana scriverà senza remore delle donne violentate e sodomizzate, un evento questo che le dà l’occasione per denunciare nuovamente il suo odio per la guerra e per schierarsi dalla parte dei più deboli.

E poi sarà la volta della Guerra del Golfo da dove la “giusta guerriera” fa ritorno con i polmoni danneggiati dalla nuvola nera causata dallo sprigionamento dei pozzi di petrolio. In un’intervista a Pino Scaccia dichiara che il cancro che l’ha colpita fu causato dall’oro nero.

La cronista sosteneva che il cancro non è una malattia inguaribile e che bisogna parlarne liberamente e serenamente anche per esorcizzarlo.

Per Oriana ogni giorno è quello giusto per combattere, ha combattuto per difendere la libertà, la vita dalla malattia, l’amore, la rettitudine, la giustizia, la libertà di parola, la libertà di scrivere e la libertà di essere se stessa.

Dopo la sua scomparsa, nel 2006 in seguito alle vignette di Maometto, Oriana lancia la sua ultima sfida: ” Io vi combatterò sempre, anche da morta“.

Un libro da conoscere “ La vita è una guerra ripetuta ogni giorno” perché è attuale e adattabile a tanti eventi e situazioni della nostra vita.

Il corpo di Oriana Fallaci si è spento, ma ha lasciato parole incisive con la sua penna, ci ha lasciato un focolare ancora acceso dal quale possiamo attingere coraggio e forza. Buona lettura.

Giorgio Mameli. Il riparatore di libri. A&B Editrice

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per L’Ottavo. Buona lettura.

Così come è possibile riparare un libro, ricomponendone l’ordine delle pagine, così i ricordi possono essere collocati nel loro continuum, anche quando questi si presentano sparsi, evanescenti. Dietro un ricordo c’è un pezzo di vita, all’interno della vita sta la morte; ma la morte è un riepilogo, è la somma di tutto ciò che siamo stati, che abbiamo attraversato e nulla si ricongiunge edulcorato, ma si ripresenta per ciò che è.

Ed è proprio quello che vuole dirci Giorgio Mameli con il suo breve romanzo. In ottantotto pagine viene dilatata una manciata di secondi, un lasso di tempo brevissimo in cui riappare il passato del protagonista con le sue tappe fondamentali.

Un amore inseguito e acciuffato solo per un istante; un’avventura con un terrorista dell’Eta; una scelta di vita, quella del riparatore di libri, che arriva alla fine di una serie di esperienze che spingono il protagonista a diventare un eremita. E tutto ciò si concentra in un giramento di testa che rimescola le carte, facendo uscire dal mazzo ciò per cui è stato importante esistere.

È una scrittura chiara e chirurgica quella di Mameli, che racconta senza apportare giudizi. In fondo, valutare il passato è sempre una scelta banale. Rimpiangere qualcosa è come sbattere la testa contro un muro di cemento armato sperando di romperlo. Interessa poco al protagonista e non è il tema del libro. Infatti, c’è un sottile collegamento tra “riparare” e “ricordare”. Entrambe le azioni servono per riportare in vita qualcosa, sapendo bene che nulla può essere aggiunto. Un orologio rotto potrà tornare a contare il tempo, un ricordo potrà riportarci a quel momento.

E il resto? Non importa, va ricercato altrove.

Il riparatore di libri è un romanzo breve e intenso, capace di giocare con la memoria. Ma i ricordi sono fatti di una materia densa che poco si lascia modellare. Infatti, ogni manipolazione della memoria è un prendersi in giro consapevolmente, così come trovare a tutti i costi nel passato il senso del presente.

Patrizio Zurru. Enedecascivoli. Maraggi Editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri. Buona lettura.

Un “sali e scendi” per questi ricordi che nel tempo non si sono dissolti, ma che sono diventati sempre più vividi recuperando nel loro “eterno ritorno” tanti piccoli particolari, fin quando tutto è ridiventato ciò che è stato.

Eccoli qui i sessantacinque racconti che Patrizio Zurru ha voluto imprimere sulle pagine di questo libro. Per ognuno di loro, l’autore ha delimitato uno spazio, una sorta di tela bianca sulla quale il lettore potrà tracciare le proprie emozioni. Una “lettura partecipata”, in cui è proprio il lettore ad arricchire il racconto con le sue linee estemporanee. C’è qui l’immagine di un tempo andato via, di cui non si deve avere per forza nostalgia, ma che testimonia la fuga in avanti degli anni, la metamorfosi costante d’ogni cosa, il mutamento dei corpi, dell’anima, di tutto ciò che ci circonda.

Un tempo c’erano i giochi per strada; le famiglie-tribù; il quartiere; il paesello; il mondo senza connessioni internet; la Sardegna, terra d’origine dell’autore, oltre cui sembra che non ci sia nulla. Ma cosa c’è di più romantico dell’isolamento degli isolani, che vedono gli altri continenti come terre lontane, incantate e misteriose? E come viene vissuto tutto questo da un bambino, che può sognare guardando l’orizzonte immaginando che al di là di esso tutto sia distante e irraggiungibile?

E Zurru ci accompagna tra queste sensazioni, attraverso brevissimi racconti simili a frammenti. Frammenti non più taglienti, ma preziosi, che possono essere incastrati l’uno nell’altro, che s’imprimono su un foglio, magari a fine giornata, quando il sole cala e il cielo sanguina… è questo il momento migliore per lasciarsi andare, per immaginare che l’isola sia l’unica terra emersa dalle acque e che, qualche volta, anche un uomo ha il diritto di sentirsi un’isola.

E a tanti scogli emersi dal mare calmo dei ricordi assomigliano i racconti di Zurru, che si tuffa nella sua memoria, lasciandosi trasportare dalle onde, quelle onde che cercano sempre una spiaggia sulla quale infrangersi.

Le gambe delle donne

Un racconto di Antonella Perrotta. Buona lettura.

“Settantasette” urlò Saverio, il pescivendolo, nel pescare il numeretto dal sacchetto della tombola.

E fu un coro di: “Le gambe delle donne.”

E a tutti s’illuminarono gli occhi, neanche le avessero per davvero davanti, quelle gambe. Immaginaria visione. Porta del cielo.

“Ma che deficienti. Du’ gambe, so’. Ossa, pelle e carne, quando poca, quando troppa” avrebbe risposto Teresina, la levatrice, che pure di gambe s’intendeva.

E, invece, no.

Perché le gambe delle donne sono come un libro chiuso che non vedi l’ora di sfogliare, prima, e di tuffartici dentro, poi. Dritte, storte, sode o cellulitiche, fanno l’andatura, ché nessuna è più femmina di chi cammina da femmina. “La camminata è importante. Sgrazia e aggrazia” diceva sempre Alfonso Campobasso, il titolare del negozio di calzature “Un passo alla volta”, nel suo lessico personale. E, a suo modo, aveva ragione.

Basti pensare a Luisa Barbieri, la barista, che aveva un passo da camionista e le caviglie di chi è affetto da gotta. Ecco, nessuna calzatura era in grado di “aggraziarla”. Nessuno fantasticava sulle sue gambe. Ma a lei poco importava. “Sono bella uguale” diceva. Agli altri e a se stessa. E non per voler convincere, ma perché ne era convinta.

Su quelle di sua sorella Vera, invece, c’era da farci un film e niente era più inverosimile del finale, considerato che a Vera, di quelle fantasie, poco e niente importava. “E che le fai vedere a fare le gambe, allora?” le chiedeva più di qualcuno, scarpe grosse e cervello pure, riferendosi alle minigonne che era solita indossare. “Perché mi piacciono” rispondeva lei altezzosa, senza lasciare intendere se fossero le minigonne o le sue gambe a piacerle o, magari, entrambe. Perché, diciamolo, solo una donna sa.

C’era, poi, Assuntina Capotosto. Lei le sue gambe le postava sui social sotto il profilo “Venere”. Gambe sulla spiaggia oliate come alici fritte, gambe umide di salsedine sulla battigia, gambe pronte a calarsi in piscina, gambe che danzavano, gambe fasciate da tute stretch sul tapis roulant, gambe fra le frasche e i papaveri rossi, gambe su tacchi dodici e mai con le infradito che ingrossano la caviglia. Lo sapeva, Assuntina, che le sue gambe piacevano, più dei suoi occhi marrone-slavato, stesso colore di un cane randagio. Una donna, sa. Perciò, le postava. D’altronde, era l’unica soddisfazione della sua vita banale sapere che gli uomini sulle sue gambe fantasticavano e pure assai. Significava che fantasticavano anche su di lei, ché le sue gambe erano la sua persona. Gambe e anima, per Assuntina, erano equivalenti.

C’erano le controindicazioni, però. Ci sono sempre quando si ha a che fare con gli uomini-muli, intendendosi per tali quelli che camminano su un percorso già tracciato senza discostarsene e senza avere la minima idea di come si possa farlo. Quelli che indossano il paraocchi e non come accessorio, ma come capo basic. Ecco, con loro bisogna prestare attenzione, ché non si sa mai cosa potrebbero capire, immaginare, pensare, anche fare, di fronte a quel gamba più gamba.

Mentre, solo una donna sa.

Nuela Celli. Countdown. Giraldi editore

La vita dà e la vita toglie, spesso, sorprende. Buona lettura con la recensione di Martino Ciano, già pubblicata per Gli amanti dei libri.

Una diagnosi che non lascia scampo innesca un gioco sadico con la vita, quasi una riconquista del tempo perduto. Possiamo riassumere così il romanzo di Nuela Celli. Protagonista della storia è Arianna, che per quarant’anni ha messo da parte la propria esistenza per seguire una rigidità morale indotta. Ma questo Super-Io martellante si sgretola nel momento in cui incombe la brutta notizia di un tumore che le lascerà appena qualche mese di vita. Di qui la ribellione a ogni convenzione, così come la distruzione di tutto ciò in cui credeva.

La vita di Arianna diventa una corsa contro il tempo, ossia, una serie di avventure estreme che non avranno nulla da insegnarle, che non avranno una morale o un fine, ma solo la necessità di esistere e di aggrapparsi ancora alla vita.

Esistere vuol dire anche illudersi e l’illusione più grande con cui l’essere umano deve fare i conti è l’amore. Ma l’amore non è né bello né brutto, ma qualcosa che tende alla ricerca di una bellezza che spesso è solo un ideale e che in natura non esiste, e per Arianna sarà così: ricercherà ciò che non c’è ma che almeno, per un attimo, prima che arrivi l’ora fatidica, potrebbe essere acciuffato.

Niente di sentimentale o romantico, la protagonista non si farà troppe domande sul senso della vita, piuttosto si dispererà per non aver vissuto quando era in ottima salute, per non essersi lasciata trasportare dalle emozioni, per non aver creduto in se stessa. D’altronde, dietro un moralista si nasconde una persona che non vuole rischiare o compromettersi, ma la vita è compromesso, è sporcarsi, è ferirsi, è dolore e guarigione, e Arianna lo capirà tardi.

Mossa da un erotismo che sarà anche scoperta della propria identità, la protagonista di questo romanzo assaporerà un senso di libertà primordiale. Arianna è una donna che non ha nulla da perdere, il suo “conto alla rovescia” è un tempo di riscatto, ma anche un barlume di vita nel mezzo della noia.

Ma la vita sa sempre sorprendere e Arianna imparerà anche questo.

“Un libro e una rosa rossa”. 23 Aprile Giornata mondiale del Libro

Articolo a cura di Letizia Falzone

Il 23 Aprile si celebra la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto D’autore, indetta dalla Conferenza generale dell’Unesco. La scelta della data non è casuale ma, anzi, di grande effetto. Nel 1616 morirono tre grandi autori: William Shakespeare, Cervantes e Inca Garcilaso de la Vega.

Dal 2001 l’Unesco e le organizzazioni internazionali che rappresentano i tre principali settori dell’industria del libro: editori, librai e biblioteche, decidono una capitale alla quale assegnare questo ruolo per un anno.

La prima fu Madrid, l’anno successivo fu Alessandria d’Egitto, poi fu la volta di New Delhi, Antwerp, Montreal, Torino, Bogotà, Amsterdam, Beirut, Ljubljana, Buenos Aires e Yerevan. Nel 2013 fu Bangkok, in Thailandia, mentre nel 2014 è stata la volta di Port Harcourt, in Nigeria. La capitale mondiale della Giornata Mondiale del Libro 2020 ci porta in Malesia, a Kuala Lumpur. Mentre quest’anno ci troviamo a Tbilisi in Georgia.

L’obiettivo della Giornata è quello di incoraggiare a scoprire il piacere della lettura e a valorizzare il contributo che gli autori danno al progresso sociale e culturale dell’umanità . Il messaggio è rivolto principalmente ai giovani che, tramite la parola scritta, possono ripercorrere le gesta delle donne e degli uomini che hanno contribuito al progresso sociale e culturale.

Il libro e la lettura rappresentano un mezzo indispensabile di approfondimento e di conoscenza di noi stessi, degli altri e del mondo, e soprattutto nei periodi di incertezze e precarietà ci aiutano a guardare avanti fiduciosi. Promuovere la lettura serve a formare cittadini oltre che informati, che abbiano capacità di capire quello che leggono e quello che ascoltano, farsi delle proprie opinioni, crescere, non solo da un punto di vista culturale, ma anche sociale ed economica.

Investire nella lettura, soprattutto per i più piccoli, nelle scuole, significa investire sul futuro di un Paese. Quando non lo si fa, i risultati sono quelli di un Paese che non legge, che non capisce. Sostanzialmente di un Paese che non cresce.
Le cose che si amano a mio avviso, si amano da subito. La lettura, i libri, soprattutto se promossi e letti nelle famiglie e nelle scuole fanno sì di intraprendere un cammino per un grande amore. L’idea della giornata mondiale del libro ha origine in Catalogna dove il 23 aprile viene offerta una rosa per ogni libro venduto. San Giorgio è una festività molto sentita in Catalogna. 

La leggenda narra che un drago terrorizzasse un villaggio della regione e che per placare la sua ira gli abitanti gli davano in pasto degli animali. Col passare del tempo questi non furono più sufficienti ad ammansire la bestia, così la popolazione fu costretta ad immolare le persone. Il giorno che questa crudele sorte toccò alla figlia del re, un cavaliere di nome Jordi (Giorgio, in catalano) combatté con il drago per salvarla. Fu così valoroso ed impavido che con la sua spada uccise il mostruoso animale e da uno spruzzo di sangue spuntò una rosa rossa, che Jordi donò alla fanciulla.

Così nel 1926 un editore valenzano, Vicent Clavel i Andrés, fuse leggenda e storia unendo il simbolo del libro, che ricordava gli scrittori, alla rosa di San Giorgio dando vita alla “Festa dei libri e delle rose“.

Leggenda, anniversari, amore per la lettura e per i libri si fondono e promuovono questa bella festa in cui gli innamorati, i fidanzati e tutte le persone che si vogliono bene si regalano libri e rose. E così, ecco la giornata dei libri… e delle rose!