Monica Pezzella, Binari, TerraRossa edizioni

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Sembra quasi che i protagonisti di questa storia sentano il bisogno di “espiarsi”, che il loro incontro sia uno “scontro” voluto e cercato in cui l’uno spera nella resa dell’altro.

Ma al fianco dell’architetto Marcel, amante della simmetria, e del rampante Ale, che cade nella trappola dell’amore, c’è una Voce che spia e riassume i loro momenti intimi. Lei li osserva entrambi da quel “cielo” che non giudica, ma che guarda e “benedice” ciò che si riflette in un sentimento che entrambi provano ad allontanare.

Il breve romanzo di Monica Pezzella è un racconto di anime che si spogliano della loro carnalità proprio attraverso amplessi rituali. Un’espiazione, per l’appunto, un liberarsi da ogni pregiudizio. Ma in mezzo a tutto questo c’è una contraddizione: quella voglia di “possesso assoluto”, cercando di conquistare il corpo dell’amante-avversario.

Marcel proverà con il denaro, Ale con l’amore. Eppure, questa continua aspirazione verso un’unione pura, fa i conti con la “quotidianità” e con i suoi problemi irrisolvibili. Primo fra tutti: voler essere spirito nonostante si abbia un corpo.

Lasciamoci quindi guidare da questa Voce che sta tra due uomini che cercano le loro anime proprio mentre si uniscono. Sono persone che viaggiano su due binari differenti, che a volte vanno in direzioni opposte. A qualche compromesso dovranno pur scendere, purché si trovi il tempo per pattuire una pacifica convivenza.

Ed è questo un altro aspetto del romanzo della Pezzella: il tempo.

Il tempo che non esiste al di là della carne, il tempo durante il quale si consuma un amplesso che è quasi un momento “sacro”, liturgico. Così, l’inizio potrebbe essere semplicemente la fine della storia e il passato un eterno presente, perché per la memoria tutto è un qui-ora.

Gianfranco Cefalì, Il giorno in cui abbiamo pianto, Dialoghi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Entrare nella profondità dell’animo umano con le parole vuol dire mettere piede in una selva da cui si esce rinati. L’opera di Gianfranco Cefalì è una discesa negli inferi, in cui i pensieri diventano presenze dannate con cui bisogna necessariamente interloquire.

Lo scrittore calabrese racconta di due persone che stanno ai margini: una prostituta e un uomo che ha perso tutto e che, proprio per questo motivo, non ha più nulla a cui aggrapparsi se non sé stesso. Pertanto, Il giorno in cui abbiamo pianto è un romanzo che parla di anime sedutesi al confine della razionalità e che hanno ormai raggiunto una lucidità estrema che si è svestita anche della speranza.

Ma entrambi i protagonisti vogliono salvarsi? Vogliono davvero ricominciare?

Il tema del romanzo di Cefalì è la memoria, anche se qui non è usata alla maniera di Proust, ossia, come “strumento” di recupero e di comprensione del proprio mutamento esistenziale, ma è un’onda d’urto spinta da una misteriosa volontà annullatrice che disintegra tutto ciò che resta del passato, anche quei ricordi che sono simboli della metamorfosi.

Cefalì fa uso di una scrittura ricca di intrecci, un vero e proprio flusso di coscienza in cui le parole si legano liberamente. Una sillaba tira l’altra, fin quando i concetti si mostrano nella loro “ambivalenza”, in una unità in cui “bene” e “male” si abbracciano, si comprendono, si azzerano.

In un romanzo in cui viene annullato “il giudizio”, ed è questa cosa buona e giusta, ogni azione passata riposa nel tempo. È semplicemente un avvenimento. Pertanto, Il giorno in cui abbiamo pianto non è né un memoriale né il piagnisteo di due persone che hanno bisogno di fare “punto e a capo”, ma diventa una presa d’atto, un’intima liturgia in cui ci si mette a nudo… e poi, chi vivrà vedrà.