Margherita Pascucci. Il tempo tessuto di Dio. Il ramo e la foglia edizioni

Recensione di Martino Ciano. Già pubblicata per L’Ottavo

Un saggio che diventa romanzo, in cui si crea un dialogo immaginario tra l’autore e la scrittrice Dacia Maraini. L’opera di Margherita Pascucci sperimenta un nuovo linguaggio, penetra la sostanza letteraria di una delle più importanti scrittrici italiane, ma non ne studia solo le tematiche, bensì ne svela l’essenza e i fondamenti filosofici.

Senza filosofia non esiste la letteratura. È questo uno dei concetti che viene sempre ripetuto dall’autrice. E come darle torto! Nell’epoca della narrativa-consumistica, del libro-oggetto, la materia letteraria è ormai grezza e la parola è diventata un medium mediocre che non crea stupore, ma resta lì, ancorata a significati stantii, privi di dinamicità. Tutto è creato per riempire il tempo libero di una massa che deve distrarsi dalla quotidianità, dal tempo del lavoro, dal ritmo frenetico.

Per Dacia Maraini, invece, il tempo è intreccio durante il quale si svela il mistero. Di ciò che ci appare misterioso temiamo gli effetti, eppure, ci avviciniamo sempre di più a tutto quello che resta celato nell’ombra e i nostri sensi prefigurano già ogni sensazione. In questo angoscioso stupore, che ha in sé meraviglia e orrore, svolgiamo il nostro lavoro di interpretazione al quale partecipa tanto l’anima quanto la mente.

È in questo caso che la scrittura diventa etica, ossia, ci apre al sentimento, che è il sentire dell’anima. E tutto ciò che implica l’anima va al di là del tempo e dello spazio. Ciò trasforma la realtà fisica in una base di atterraggio alla quale fare ritorno. Se mai si prova questa esperienza, allora, mai si gusta l’arte e mai ci si immerge nel mare mosso delle emozioni. C’è un momento in cui l’uomo ha bisogno di annegare nello sconfinato oceano dell’Essere… che sia questo?

Margherita Pascucci ci svela così l’intimità del pensiero di Dacia Maraini, ma come detto, non lo fa in maniera accademica, ma seguendo quel filo sottile del sentire, che si fa ponte tra fisicità e spiritualità.

Nicola Vacca, Arrivano parole dal jazz, Oltre edizioni

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Quelle di Nicola Vacca sono parole ispirate da note malinconiche, partorite nel corso di un ascolto intenso, quasi estatico. Sono versi che incarnano lo spirito di un genere musicale che è testimonianza di un riscatto. Dopotutto, il jazz è protesta, è una voce che grida nel deserto dell’indifferenza.

Il poeta pugliese compone un tributo e lo dedica ai maestri del genere. Una raccolta che è anche un invito a scoprire queste sonorità così sperimentali, nate da un “popolo” che ha sentito l’esigenza di essere parte attiva dell’umanità. E, forse, è questo ciò che affascina del jazz: aver contribuito alla rivoluzione dei diseredati. Una rivoluzione ancora incompiuta, ma che avrà per sempre la sua colonna sonora.

Ben descrive tutto ciò Vittorio Curci, autore della prefazione. L’arché del jazz è da cercare in quei dolorosi viaggi senza ritorno di cui furono protagonisti nei secoli scorsi non solo grandi masse di africani ma anche tanti, tantissimi europei. Grazie a queste righe comprendiamo l’intento dei versi di Nicola Vacca, che si snodano sinteticamente tra le trame di Chet Baker, Miles Davis, John Coltrane e molti altri.

Ci sono poi i disegni di Alfonso Avagliano. Linee veloci, spigolose, sguinzagliate sul foglio bianco come se volessero testimoniare l’attimo, il momento, l’ascolto che si nutre di note fantasiose.

La musica è il dappertutto che si aggira dalle parti dell’anima, scrive Nicola Vacca nella sua poesia dedicata a John Coltrane. Ma ogni cosa che percepiamo viene sempre rielaborata e riarrangiata dai nostri sensi, fin quando non diventa forma perfetta dalla quale possiamo trarre piacere o disgusto. La nostra percezione ci interroga in continuazione, ci pone davanti a una scelta.

Cos’è dunque il jazz per Nicola Vacca?

Amo il jazz/perché quando sogno/mi lascia sempre con i piedi per terra.

E in questo sogno in versi, che ci lascia camminare sulla solida terra, noi possiamo riscoprire una malinconia che ci accomuna e che ci riporta alle nostre “migrazioni”.

Incertezza al chiaro di luna. Un domani

 

notte chiaro luna-2.jpg

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

La comunicazione ci unisce, il silenzio ci allontana.

In questo momento di distanziamento sociale e di segregazione dobbiamo fare i conti con le nostre voci e i nostri corpi. Mai come adesso ci ascoltiamo e ci guardiamo, ci ammiriamo e ci commiseriamo. Fuori, la natura continua a parlare e a manifestarsi. Prima non avevamo tempo per Lei. Ora, invidiamo gli uccelli che volano liberamente, i gatti che si accoppiano, i fiori che vengono baciati dal sole e accarezzati dalla brezza.

In questi giorni di galera, in cui si vive per contare i morti, siamo felici per l’arrivo della Fase Due, ossia, il ritorno alla semilibertà, al quasi contatto, alla speranza di sentirci cautamente meno soli. Eppure, nessuno parla del nuovo ruolo che dovrà avere l’uomo nel mondo. Infatti, anche questa volta corriamo il rischio che la scienza risolva tutto con una cura o con un vaccino. Dopodiché, quando ci sentiremo nuovamente al sicuro, potremo ricominciare a combattere contro la Natura e a imporre il nostro dominio sulla Terra.

Rischiamo davvero di salvarci nel momento in cui avremmo potuto capire che la Tecnica non è tutto e che la Scienza non è sempre amica della Natura, ma, forse, tutto questo già lo sappiamo, solo che a noi piace sfidare il destino.

Oggi, noi guardiamo al futuro con occhi incerti, ma non riusciamo ancora a prenderci le nostre responsabilità. Infatti, scarichiamo la nostra ira contro Dio, i virologi, i cinesi, gli economisti, i politici, i pipistrelli e i serpenti. In alcuni casi, però, siamo ottimisti, invece, ci vorrebbe un po’ di cinismo.

Personalmente, non penso che questa esperienza ci renderà migliori, anzi, già si sente il profumo dell’inedia e il grido isterico e ipocondriaco di molte persone che non erano abituate alla solitudine; nonostante tutto, dobbiamo dirigere le nostre forze verso qualcosa di reale come l’accettazione della nostra condizione di ospiti della Terra. Infatti, la scienza ci potrà salvare adesso, ma non per sempre. Potremo salvarci anche altre mille volte, ma senza nuove prospettive perderemo costantemente la nostra libertà.

Non bisogna essere ottimisti, ma realisti. O ci adeguiamo alla Natura o lentamente ci estingueremo.