Giuseppe Aloe, Lettere alla moglie di Hagenbach, Rubbettino

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Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

È la memoria che ci rende vivi, perché senza ricordi non saremmo in grado di posizionarci nel tempo e nello spazio e, soprattutto, senza di loro non potremmo trovare la forza per decidere Il prosieguo della nostra vita. Ma quando questi si accavallano, quando si frantumano e si appiattiscono, cosa diventa la nostra esistenza e quella degli altri?

Ci fa porre questa domanda il libro di Giuseppe Aloe, scrittore calabrese, già finalista al Premio Strega con La logica del desiderio. Un romanzo che scorre nonostante il suo incedere non lineare, ma è proprio nella frammentarietà che “assaporiamo” la drammaticità di un uomo cui viene diagnosticata una “lieve demenza senile che sfocerà presto in Alzheimer”.

Ed eccoci catapultati nei panni del professor Flesherman, lucido e rigoroso studioso di criminologia che, appena apprende il suo triste destino, decide di partire per Berlino per mettersi sulle tracce del cadavere di Rosa Luxemburg. Ma proprio qui, viene a conoscenza della morte dello scrittore Hagenbach, di cui vuol ricostruire la storia… qualunque essa sia.

Ma sarà in grado di ricostruirla?

Quello di Aloe è un romanzo che ci fa attraversare labirintici percorsi mentali nei quali i ricordi si intrecciano. Difficile ricostruire il puzzle, visto che, ogni tessera cambia aspetto e non rivela mai il suo vero “volto”. E pagina dopo pagina, il lettore si spinge negli astrusi ragionamenti di Flesherman, che combatte contro la sua “demenza”, ma anche contro una “metastoria” che si muove tra illusione e realtà.

Lo scrittore calabrese, quindi, fa un po’ come il Borges di Finzioni, in cui “vero e falso”, “sogno e realtà” sono indistinguibili, e un po’ come Modiano, in cui i ricordi sono “indizi” che danno il via a un’indagine metafisica che segue un ragionamento perfetto e inoppugnabile, anche quando non aderisce alla realtà dei fatti.

Aloe dosa le parole, non scrive troppo, ma lascia al lettore una libera interpretazione degli avvenimenti. Anche se in prima persona, questo romanzo è corale perché mille voci si accavallano nella mente di Flesherman e, per dirla alla Schreber, a “questo malato di nervi” non resta che abbandonarsi all’irrazionalità per risolvere un caso fin troppo personale.

Millennial. Segreti di coscienza del miracolo italiano

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Io sono un Millennial, figlio dell’ozio e della coscienza di classe.

I miei genitori erano pargoli del dopoguerra allevati dal boom economico come le bestie da soma, ma rallegrati dalle canzonette di Sanremo. Mi hanno concepito quando il primo tempo degli anni di piombo era ormai un ricordo, ma mentre poveri cristi venivano sacrificati sull’altare della Ragion di Stato con bombe nere e rosse.

Intanto, la P2 assoldava i suoi “addetti ai lavori”.

E così, mentre lo Stato, ossia, l’assassino dall’animo democristiano, tutelava i Figli di Dio e i Figli di Marx, io sparavo il primo vagito. Quell’anno nevicò, gli Azzurri vinsero il Mondiale e da qualche parte qualcuno moriva. Era il 1982.

Nel tempo ci hanno insegnato che dovevamo essere forti, ben nutriti, educati al futuro, al progressivo miglioramento della vita. E i miei genitori vi hanno creduto, anche quando Chernobyl sconvolse i piani e la “nube radioattiva” ci svolazzava sulla testa, anche quando il Muro di Berlino crollò, anche quando Tangentopoli decretò la fine della Prima Repubblica, anche quando Falcone e Borsellino furono fatti a pezzi, anche quando Berlusconi diede inizio alla porno-politica, anche quando abbiamo scoperto che i Comunisti italiani mangiavano i bambini e poi si pulivano il muso con i tovaglioli di kashmir.

Io sono un Millennial, uno speranzoso e disilluso giovanotto di secondo pelo ben pettinato che ha studiato per rendere migliore il mondo (almeno ci avevano detto che questo sarebbe stato il nostro compito), ma forse qualcosa è andato storto, ne sono sicuro, solo che ancora non riusciamo a capire cosa. Anzi, noi sappiamo cosa non è andato bene, ma non riusciamo a dirlo, perché ancora ci piace questo spettacolare progresso che ci farà morire in povertà, senza pensione, senza assistenza sanitaria, senza democrazia, senza ideali e senza responsabilità. E nell’era della comunicazione-sorda, visto che tutti parlano e nessuno ascolta, noi gironzoliamo felici alla ricerca del senso della vita, proprio quando siamo nel mezzo del cammin di nostra vita.

Io sono un Millennial e vedo lo Stato come il Dio che prese in giro Giobbe. Infatti, quando questo gli chiese il perché delle sue sofferenze, il Creatore dell’Universo gli rispose Dov’eri tu quando io ponevo le basi della Terra, un bel modo per dire Che tutte le cose hanno un senso per pochi, mentre gli altri devono solo accettarle. E dopo me, Millennial ferito, sarà la volta di altre generazioni che studieranno questo momento di passaggio, e, come tutti i passaggi, essi sono violenti e si scoprirà che tutto ciò che oggi brilla era solo una fiammella, e ciò che sta ai margini, ossia, il Popolo dell’Abisso simile a quello di cui parlò Jack London, non era altro che carne da macello per il progresso dei pochi, sani, ben costituiti, spettacolari, uomini del futuro.

Io sono un Millennial…

Terrore della rinascita. Un ritorno alla normalità

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

In un ispirato momento di estasi pomeridiana, mentre fuori la gente corre ad acquistare l’ultimo igienizzante miracoloso per sfuggire all’invisibile virus, fisso lo sguardo su una fila di persone pronta a introdursi ordinatamente in un negozio di biancheria intima.

Il lockdown ci aveva tolto anche le mutande, i calzini, i reggiseni, le canottiere.
Ah, finalmente possiamo riacquistare la dignità.

E in questa visione di facce coperte da pezzi di stoffa che non proteggono, di labbra sigillate che dispensano sorrisi muti, di respiri soffocati, c’è tutto il senso della disgrazia che non ci vuole abbandonare, anzi, lei è felice di stare al nostro fianco e di abbracciarci, forse.

Oh, la disgrazia. Me la immagino nuda e formosa, con la pelle liscia e diafana, con gli occhi grandi e brillanti, il naso camuso (che non è un bel vedere), e le mani tozze per schiaffeggiare meglio. Non ha sesso, perché la disgrazia non sa di essere, non sa di esserci, non sa di respirarci sul collo. E anche lei guarda con me la gente che entra ed esce dal negozio di biancheria intima… tutti felici dopo aver acquistato le mutande, perché almeno quelle sono rimaste a buon mercato, alla portata di tutti… il pudore, in fondo, è democratico e a tutti è concessa la dignità di coprirsi con rigore l’intimità.

La fila si rompe, le persone iniziano a vociare.

Cosa mangeremo e di cosa ci vestiremo? Si domandano queste persone così eroiche che hanno voglia di tornare alla normalità, al pettegolezzo, al calcio in Tv, al gossip da spiaggia, alla prova costume, alla spesa nei Discount senza presentazione dell’Isee ai Comuni per ricevere i buoni spesa, all’aperitivo a sette-euro-con-stuzzichini, a sognare il rolex e l’ultimo iPhone. E proprio vicino al negozio di biancheria intima c’è quello che vende cellulari-tablet-iPad-TouchScreen, e lui, il proprietario, sta sulla porta, e fuma, e digrigna i denti, e guarda, e si gratta la testa e anche le palle, e sbuffa, e borbotta. A cosa pensa? Dai, pensate a cosa lui pensa…

La fila si è spezzata e si crea un assembramento, un uomo e una donna si abbracciano, non potrebbero, ma tutto è concesso mentre si attende il turno per entrare in un negozio di mutande. Sono quasi le sei di sera, si attende la pubblicazione dell’ultimo bollettino Covid19 (vittime-sopravvissuti-contagiati-guariti-miracolati). Non è più atteso come prima, non ci sono più tanti morti da piangere, il virus ha perso la sua carica virale, è quasi innocuo come un tiro di canna.

La statistica ha compiuto un altro miracolo: aveva previsto che per giugno tutto si sarebbe calmato. Così è, anche se la tensione va tenuta viva. In una nazione che si rispetti, il ricordo è arma di ricatto e l’Italia è una nazione fondata sul ricatto. Non si possono dimenticare facilmente i morti, i numeri della tragedia collettiva, i miliardi di euro bruciati, le parole della politica, le tesi dei virologi, le cazzate e le preghiere sputate al Cielo… Dio non si è ammalato, sta bene ed è già tornato a occuparsi della gestione ordinaria del cosmo… e in pochi istanti vanno via tutti, l’assembramento è scomparso, il sole è ancora alto, e io sono un altro, e il venditore di iPhone è uno qualsiasi, e il commerciante di mutande si ferma sulla soglia del negozio e si accende una sigaretta.  Sta finendo un altro giorno, forse, e qualcuno dice che “andrà tutto bene”… sarà stata la disgrazia?

 

Incertezza al chiaro di luna. Un domani

 

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

La comunicazione ci unisce, il silenzio ci allontana.

In questo momento di distanziamento sociale e di segregazione dobbiamo fare i conti con le nostre voci e i nostri corpi. Mai come adesso ci ascoltiamo e ci guardiamo, ci ammiriamo e ci commiseriamo. Fuori, la natura continua a parlare e a manifestarsi. Prima non avevamo tempo per Lei. Ora, invidiamo gli uccelli che volano liberamente, i gatti che si accoppiano, i fiori che vengono baciati dal sole e accarezzati dalla brezza.

In questi giorni di galera, in cui si vive per contare i morti, siamo felici per l’arrivo della Fase Due, ossia, il ritorno alla semilibertà, al quasi contatto, alla speranza di sentirci cautamente meno soli. Eppure, nessuno parla del nuovo ruolo che dovrà avere l’uomo nel mondo. Infatti, anche questa volta corriamo il rischio che la scienza risolva tutto con una cura o con un vaccino. Dopodiché, quando ci sentiremo nuovamente al sicuro, potremo ricominciare a combattere contro la Natura e a imporre il nostro dominio sulla Terra.

Rischiamo davvero di salvarci nel momento in cui avremmo potuto capire che la Tecnica non è tutto e che la Scienza non è sempre amica della Natura, ma, forse, tutto questo già lo sappiamo, solo che a noi piace sfidare il destino.

Oggi, noi guardiamo al futuro con occhi incerti, ma non riusciamo ancora a prenderci le nostre responsabilità. Infatti, scarichiamo la nostra ira contro Dio, i virologi, i cinesi, gli economisti, i politici, i pipistrelli e i serpenti. In alcuni casi, però, siamo ottimisti, invece, ci vorrebbe un po’ di cinismo.

Personalmente, non penso che questa esperienza ci renderà migliori, anzi, già si sente il profumo dell’inedia e il grido isterico e ipocondriaco di molte persone che non erano abituate alla solitudine; nonostante tutto, dobbiamo dirigere le nostre forze verso qualcosa di reale come l’accettazione della nostra condizione di ospiti della Terra. Infatti, la scienza ci potrà salvare adesso, ma non per sempre. Potremo salvarci anche altre mille volte, ma senza nuove prospettive perderemo costantemente la nostra libertà.

Non bisogna essere ottimisti, ma realisti. O ci adeguiamo alla Natura o lentamente ci estingueremo.

Leggere per abbandonare…

 

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su L’Ottavo

Mi hai chiesto perché leggere e io ti rispondo, amico mio.

Lo hai fatto in un momento in cui il mondo ti è crollato addosso, in cui avevi bisogno di risposte concrete e non solo di parole; ma sappi che le parole sono meglio dei fatti, perché esse li prefigurano, quindi, te ne danno sostanza e coscienza prima ancora che accadano. Non come vorresti, ma come potrebbero essere.

Leggere non rende le persone migliori e la cultura non salva il e dal mondo; tutt’al più allontana lo spirito, lo pone in esilio e lo fa rientrare in esso con occhi nuovi. Ma se ti manca l’umiltà, allora penserai che il tuo compito sia quello di ammaestrare, eppure, non c’è niente di peggio di una persona che si arroga il diritto di insegnare. L’unico senso della vita è apprendere per morire coscientemente, con la speranza di trasmigrare in luoghi nei quali ci sia altro da imparare. Puoi insegnare il tuo mondo, ma non il mondo; le tue parole, ma non le parole. Puoi gridare il tuo dolore, ma non il dolore. Ogni saggezza sbandierata a destra e a manca è solo un trofeo di cartapesta; diverso è l’amore per il sapere che niente chiede in cambio, ma tanto ti dà. Tu credi che il pensiero sia cosa da ricchi, da benestanti, da radical chic, invece, è proprio nella precarietà che tutto si svela. Tranne qualche eccezione, non ci sono stati né poeti, né filosofi, né letterati che abbiano potuto vivere del loro lavoro; i migliori sono morti di stenti, ai bordi delle strade, ai margini del mondo, sognando mentre lo stomaco soffocava per la fame. Alcuni hanno fatto scelte amare, perché la volontà di sapere è un fuoco che uccide le convenzioni, ma non ti rende migliore, anzi, ti allontana dal mondo e ti chiede di stare da solo.

La solitudine e la dissociazione sono percorsi obbligatori se preferisci la poiesi alla reificazione. E in questo mondo di facili connessioni e di web master pronti a darti consigli utili per non morire di fame-da-like, la diffusione delle idee è diventata solo una gara a chi la spara più grossa. Tu leggi, sfoglia le pagine, usa i tuoi libri come armi e quando senti che qualcosa non quadra con il tuo pensiero, non fermarti ma vai avanti… ogni libro ti suggerirà una strada. Non devi mai fermarti davanti alla tentazione dell’utile; il sapere è amico di chi vuole coltivare la disillusione verso questo mondo e l’amore verso il proprio universo. Già i profeti e tanti dei che l’uomo ha creato, compreso il nostro finito in croce, hanno messo in guardia l’umanità dai pericoli dell’arrivismo, della guerra, dell’utile, dell’egoismo, ma come vedi non è servito a molto; continuiamo a vivere nella nostra adolescenza. Come ragazzetti in preda alle nostre crisi ormonali inseguiamo la futilità e ci diamo la morte con estrema facilità.

Allora, amico mio, leggi per abbandonare ogni cosa e per non aggrapparti al mondo. Leggere non è un passatempo e non è un gioco, è un divertente modo per amare se stessi e per comprendere ciò che ti sta intorno. Hai bisogno di fatti, ma i fatti sono anche innescati dalle parole che pronunciamo… esse vanno proferite con cura, e la Cura è l’unica cosa di cui non dobbiamo mai dimenticarci. Io leggo perché ho trovato un raccordo tra i miei fatti e le mie parole, tra ciò che accade in me e fuori di me. Ma posso leggere milioni di libri, eppure, questo processo non te lo posso spiegare, ma ti garantisco che puoi metterlo in moto anche tu, perché è parte dell’uomo cercare un senso anche dove questo non c’è.

Leggi semplicemente senza sentirti migliore, ma solo per trovare parte di te in quel processo universale ed eterno di apprendimento al quale saremo sempre chiamati. Non sentirti mai maestro, tantomeno colto; leggere infatti ti abitua ad ascoltare, a stare in silenzio, a scrivere il meno possibile, a dire ciò che vale la pena pronunciare e, in alcuni casi, ti prepara anche alla morte.

E la morte è l’unica cosa che ci fa capire quanto siamo umani e disgraziati.