Il Bello come necessità di “senso”

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Suddiario

Il Bello abita nel nostro bisogno di dare un senso alla vita.

Nasce dal nostro stato di inquietudine e dalla necessità di comunicare con la vita. Lontani dall’alienazione quotidiana, che parla il sintomatico linguaggio della reificazione, ci riappropriamo delle sembianze dell’Essere, ossia, ciò che è e mai gli è concesso di non essere. Ma il Bello è un giudizio, pertanto, un valore che appartiene al nostro linguaggio privato. In nostro soccorso può venire Wittgenstein.

Nel suo celebre Tractatus, nella proposizione 6.432, egli afferma una proposizione è solo un’altra proposizione; un fatto è solo un altro fatto. Ossia: nessuna proposizione, nessun fatto, ci avvicina al senso del mondo (della vita) o ce ne allontana. Allo stesso modo, nessuna proposizione, nessun fatto, ci avvicina a Dio o ce ne allontana: “Dio non si rivela nel mondo”.

Insomma, il filosofo austriaco ci pone su un binario logico, anaffettivo, ma ci rivela una grande verità, a patto che non ci consideriamo avulsi dalla natura e dallo spazio logico nel quale si muove l’Universo.

Nelle sue Ricerche filosofiche, Wittgenstein ci parla del linguaggio privato, ossia, quello attraverso cui traduciamo in malo modo i nostri sentimenti. Il linguaggio è fatto di segni, siano essi parole o suoni; tali segni possono dare voce alle nostre emozioni, al nostro sentire, ma non spiegano bene ciò che davvero sentiamo. Per comprendere nella loro totalità gioie e dolori della nostra anima, l’altro dovrebbe entrare completamente in noi, e sappiamo che questo è impossibile. Pertanto, spiega, Wittgenstein, tutti noi parliamo un linguaggio privato e così rimane. Ogni parola ha solo un carattere generale, capace di catalogarlo, ma non di spiegarlo. Davanti ai nostri segni o alle nostre parole, l’altro legge il proprio sentire e gli attribuisce il proprio significato. Pertanto, deduciamo che ogni concetto e ogni parola esistono e trovano piena esplicazione solo nel soggetto.

Il Bello è quindi edulcorato eticamente, sociologicamente, pedagogicamente, in quanto, in un primo momento, rimane una impressione. Pertanto, solo nel processo di traduzione, che avviene all’interno del soggetto, prende forma e diventa significato attivo solo-per-me.

In quest’ottica, cos’è il Bello? E soprattutto è Esso la porta di ingresso della nostra anima? Se il mondo logico non è né bello né brutto, né buono né cattivo, né utile né inutile, il Bello è il concetto cardine del non-senso, capace di comunicare con il senso, quindi, con l’ordine?

Partiamo da un concetto: l’ordine genera il senso; il disordine è tutto ciò che agita il non senso. Dunque, abbiamo bisogno del Bello per dare vita al nostro senso. Bello e Brutto sono per noi sinonimi di Giusto e Sbagliato, Buono e Cattivo, ma, per ognuno di noi, questa scala di valori è soggettiva, privata. Saliamo e scendiamo lungo questi valori, e quando la logica corregge le nostre affinità col mondo noi sappiamo che tutto diventa solo uno spazio contenente enti oggettivi, anaffettivi.

Abita qui il suicidio?

Il Bello risponde quindi alla nostra necessità di dare un senso alle cose ma, paradossalmente, questo grido di allarme proviene dal non-senso, da quel luogo in cui il soggetto è solo epifania senza meraviglia.

Emanuele Severino parte da Thauma, che significa Meraviglia, che in questo caso, secondo il concetto aristotelico, è uno stupore che nasce davanti a ciò che è Sconosciuto e Mostruoso. Il non-senso è per noi mostruoso; solo ricercando il Bello di ogni enteche abita questo luogo ostile, lo portiamo nella dimensione del senso e lo incastoniamo nell’ordine. Questo processo di riappropriazione, di fuoriuscita dal limbo dell’incertezza, in alcuni casi ci fa giustificare il Male e la Cieca Volontà che attanagliano l’esistenza.

Il Bello risponde quindi alla nostra esigenza di sicurezza.

Termino con un esempio. In La morte a Venezia di Thomas Mann, l’anziano scrittore protagonista, Gustav von Aschenbach, dice meglio non conoscere l’origine di alcuni lirismi che fanno commuovere. Sulla loro provenienza è meglio non indagare, in riferimento al suo amore, al limite della pederastia, nei confronti del giovanissimo Tadzio. Un amore che rimane legato a un sentimento che non sfocerà mai in contatto carnale, ma che trasformerà un turpe concetto in qualcosa di sublime, di Bello.

Questo processo di giustificazione rende il Bello un concetto privato, che può essere incastonato in un ordine, in un senso che rimane proprio e senza il quale è lo stesso concetto-del-mondo, in sé e per sé, che verrebbe meno.

Martino Ciano

La tragica immortalità: un pensiero positivo

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Così si manifesta l’intuizione, allucinazione che ci rende per un attimo folli; momento in cui l’anima mostra agli occhi la materia invisibile che se ne sta nascosta nel cosmo, o che ricorda alla mente un concetto appreso prima ancora che nascessimo.

Intuizione, madre di ogni catastrofe metafisica; lucido ragionamento non accettato dalla fisicità. Lei, ci spaventa, ci rende profeti, o poeti, o scrittori, o artisti. Ed esultanti esclamiamo: Noi sappiamo, perché semplicemente esistiamo!

Abbiamo in noi una conoscenza innata, appresa in luoghi lontani, prima ancora di mettere i piedi sulla terra, prima che la carne ci relegasse a passioni imperfette. Lo ripeté Socrate ai suoi allievi nelle sue ultime ore di vita; lo scrisse Platone, nel suo Fedone. La prova è data dalle reminiscenze che ci tornano in mente come lampi che illuminano il buio. Ecco l’impeto dell’intuizione, quel dialogo che l’anima riesce a pronunciare liberamente, quando per un attimo zittisce quei sensi che ci rendono carne sensibile in un mondo materialmente limitato.

Cos’è quindi la morte, se non liberazione da una gabbia che ci separa da quel sapere supremo, cui la filosofia e le arti aspirano? Solo per questo motivo non bisognerebbe averne paura.

 Sacrificate allora un gallo ad Asclepio, dio della salute riacquistata.

Pertanto, tutto è mescolanza di elementi e ogni cosa è frutto di una rigenerazione che avviene nei laboratori del caos primordiale; ciò che abita sulla terra vive e muore per poi separarsi e unirsi ad altro.

Inspiegabile immortalità, in cui io non io, oggetto soggetto si agitano.

Forse, questa è un’esposizione imperfetta, velata dalle titubanze, perché dire tali cose fa sembrare sciocchi e frustrati. In quest’epoca, nella quale ci si affida solo ai cinque sensi, ragionare per intuizioni è roba da santoni. Ma qui, non invochiamo né spiriti né demoni, tutt’al più vorremmo discutere faccia a faccia con il nostro daimon, solo per capire se ci siamo smarriti durante il viaggio. Di tutte queste cose invisibili eppur visibili sono piene la letteratura, la poesia, la filosofia, l’arte e la musica.

Più umanità, meno macchine.

Più Hölderlin, Empedocle, Socrate, Platone, Hillman e altri mille… affinché si vada sempre alla ricerca della sapienza velata, intuitiva, che guida l’anima fanciulla e immortale. Potrebbe sembrare un augurio, invece, è solo un’intuizione che mi ha rapito un po’ più del solito.

La necessità e la vocazione

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

La vocazione è necessaria, sfugge al controllo della razionalità. È l’unica cosa che riesce a dare un senso alla vita. Spesso non capiamo il perché dei nostri gesti, di alcune scelte, di molti errori commessi volontariamente, di tanti “no” e di pochi “sì” pronunciati con convinzione.

Ci affascina tutto quello che releghiamo nei territori inospitali dell’irrazionale. Ciò che non riusciamo a controllare lo affidiamo al cielo, al fato, alle nostre paure; eppure, cerchiamo risposte esaustive affinché quell’avvenimento inspiegabile ed improvviso lasci le lande desolate e caotiche del non senso e trovi casa qui, nella razionalità, nella logicità e nella meccanicità dell’esistenza palpabile e sensibile.

A volte, darsi una risposta è come firmare un passaporto a quegli accidenti che si palesano nella vita quotidiana e nella mente.

Ecco. Io non so perché scrivo, perché leggo, perché voglio sapere. So solo che una voce mi comanda, mi incita a prendere una penna, ad aprire un libro, a cercare una risposta. Sono richiami, a volte tristi, altre volte allegri. Mi ipnotizzano e il mondo sparisce, i doveri verso la società non mi importano più. Rotti i legami con gli altri, si ricuciono quelli con l’anima.

Forse è questo il vero Volto di Dio. Lo vediamo quando lo scopo sfuggente della vita riappare davanti ai nostri occhi e capiamo che la vocazione è figlia della necessità. Infatti, c’è qualcosa di necessario che il nostro cuore reclama e al quale non riusciamo a dire “no”.

Amo passeggiare a qualche metro di distanza dal mare perché mi ispira ogni pensiero. Le onde sono come le pagine dei libri che leggo o le note della chitarra che quotidianamente imbraccio.

Proprio in riva al mare ho iniziato a sfogliare Il codice dell’anima di James Hillman, psicanalista, morto nel 2011, che aveva poco a che fare con la razionalità. Infatti, lui detesta la psicologia canonica perché distrugge l’eccentricità, chiude entro limiti ristretti la sfera umana e imbottisce di farmaci chi è fuori dagli schemi.

Hillman preferisce rifarsi al mito di Er di Platone; al genio tutelare, il daimon, che sorveglia su di noi affinché il destino scelto dall’anima venga rispettato. Tutte cose su cui nessuno si sofferma più, ma che ci chiamano e ci spaventano. Torniamo a pensarci solo quando qualcosa si avvera e sfugge dal controllo della nostra razionalità…

… e io avevo un irrazionale bisogno di raccontarvi queste cose.