Gianni Eros Russo. In forma di diapason. L’ArgoLibro editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Su una vibrazione codificata, unica nota con la quale si accordano le altre, Gianni Eros Russo compone i suoi versi. Tanto le dissonanze quanto le assonanze tra le parole si inseriscono in un gioco virtuoso frutto di sguardi che fotografano la realtà. L’attimo declamato dal poeta è un componimento che si uniforma all’emozione del momento, tant’è che rimane in noi impressa questa poesia che non esisterebbe senza un soggetto che agisce, che sa relazionarsi all’oggetto.

Così la sensibilità si cura/con le iperboli alla ketamina/e gli aghi scacci-rondini, e tutto si fa strumento per raggiungere la conoscenza di questo momento che viene catturato, custodito, cibato e infine liberato. Solo così ci si impossessa dell’attimo che sfugge e solo così si può dire a tutto ciò che ci scorre intorno Sei la fissità del divagare/plastica che mi sperde/dalle cancellate.

Ed eccoci di fronte alla percezione pura, che spalanca le porte del Mondo della vita in cui tutti navighiamo senza rotta. E cercare l’appiglio, il porto sicuro, resta sempre la nostra speranza. Eppure, questo obiettivo, ostacolato dalla necessità del caos di lasciare l’umanità nella propria ignoranza, muta costantemente per diventare sempre un indefinito, un ideale astratto, una costruzione della mente.

La poesia di Russo è sopravvivenza. Nel suo viaggio all’interno del Caos, il poeta è guidato da quell’istinto primordiale che appartiene a ogni creatura vivente. Non abbiamo modo di ripensarci/immersi nella nostra debolezza/nelle nuvole lente, e proprio perché la coscienza dà agli uomini la convinzione di essere potenti, umane sono solo le opere del Sé grandioso, mentre disumane sono le disavventure e i fallimenti. Ed è nella sventura che ognuno diventa vittima di un fatto criminale o protagonista di un evento da raccontare… hanno sgozzato un uomo/un timido animale da lavoro/buono per il macello.

E in questa sinfonia, in cui si incontrano suoni emessi da strumenti diversi, ma tutti accordati in base a un’unica vibrazione, giunge a noi l’infinito visibile e invisibile, pensabile o immaginato, pur sempre incomprensibile, perfino alla poesia: Ti ho scritta e rimaneggiata con cura/ma non ho voglia di imbrogliare/i sentimenti col metro/Ho voglia di bruciare questi versi/con gli avanzi della mente/ma non riesco a liberarmi di un Universo.

Velso Mucci. C’è ancora molto sulla terra. L’ArgoLibro editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Nato a Napoli, ma morto a Londra. Una vita tra impegno politico e civile. Amico di intellettuali, artisti e poeti del Novecento. Un poeta che si è distinto per il suo stile, grazie al quale ha scritto importanti pagine di denuncia. Velso Mucci non ha goduto della fortuna che meritava. Ha fatto parte di una scena culturale, ma è stato liquidato velocemente, forse per il suo modo schietto di interpretare la cultura del suo tempo e l’umana commedia a cui ha anche partecipato.

Non tutti entrano nelle grazie della memoria collettiva, questo è naturale, ma è anche vero che questo “dimenticar-Mucci” non è stato dettato da fattori “qualitativi”, ma ideologici. Ecco perché questa raccolta è un’importante operazione di recupero.

La poesia di Mucci è schietta, è lucida. È legata alla lezione di Giuseppe Ungaretti, come ben spiegato da Nicola Vacca, che ha scritto la prefazione di questo libro. E proprio in questo “attraversamento” costante, grazie al quale ogni verso è una impressione che si “imprime” nella memoria degli uomini, affinché resti lì, a dare sempre testimonianza di un evento, che la storia non appare solo come un continuum di momenti, ma è sempre effetto di un “vissuto” che si fa “coscienza”. Con ciò non stiamo dicendo che Mucci sia stato un poeta marxista; di sicuro, i suoi versi rispondono a un’esigenza: testimoniare.

Il tema che più compare, anche solo in una manciata di parole, è il “dopo”.
Dopo di noi, cosa? Dopo la nostra morte, chi?
Come a dire, che è inutile pensare o immaginare se mai le nostre idee si trasformano in azione. Non è una visione utopica, ma concreta, quella che Mucci pone davanti agli occhi del lettore. La sua lezione vale sempre, non ha tempo e non è mai anacronistica.

Ma il giorno che avremo finito/di toglier di mezzo la forza/dei padroni di facce che danno spavento/e avremo messo le altre/che ancora potrebbero crescere/a far da custodi/nel Museo delle loro antenate/con la mansione di tenere/sia pure di pessimo umore/spolverate le facce/che diedero/spavento agli uomini/quel giorno i ragazzi/senza un’ombra/giocheranno sui prati.

Sebastiano Adernò. Lunario. GaEle Edizioni

Articolo di Martino Ciano

Se ne sta l’uomo nel suo mondo in cui tutto viene giudicato secondo il suo limitato sistema di misurazione. Bene-Male, Giusto-Sbagliato, eccetera ed eccetera che si riversano in riflessioni frutto di tentennamenti, mentre il sole sorge e tramonta, e il tempo “apparente” mai si incontra con quello “oggettivo”, proprio perché esso non esiste. E passano i secoli e tutto è sempre incentrato sulla “ricerca di un senso” che sfugge.

E così è Lunario di Sebastiano Adernò. Un libro prodotto artigianalmente, in copie numerate, per renderlo “creatura” di cui prendersi cura, come bisognerebbe fare con la poesia che non è mai produzione di versi, ma sempre graffiante attestazione dell’esserci. E poiché ogni cosa si attraversa, è giusto che ogni passaggio sia cristallizzato?

Ecco una domanda che non troverà una risposta immediata. Il poeta non la pone mai direttamente, ma la fa intuire. E la forma intuitiva è ciò che rende liberi i versi, affinché ogni componimento si riveli secondo il suo significato più autentico. All’inizio le parole spiazzeranno, poi si insinueranno nell’anima, si purificheranno e lì metteranno radici.

Dal piano divino a un disegno scarso/Di pena in pari, e di pari in passo/Al pianterreno coccolavo un sasso.

Se ne sta l’uomo nel suo incanto. Davanti alla disgrazia cerca la speranza; nei tempi bui corre a ripararsi sotto la luce; nei giorni dell’ira spalanca il cuore all’amore; quando il silenzio l’avvolge, la sua fantasia sbraita; quando non sa darsi spiegazioni, inventa cause ed effetti.

E poi ti chiedi/di che incanto era fatto il pane/che per anni ci ha saziato?/ E per quale assurda magia/ci si incontra ancora/nella morbida ingiustizia/ di un indirizzo sbagliato/Il tempo mano per mano/erano le fila di un ricamo.

Dice Adernò che il suo libro nasce da una sfida. Queste poesie sono state scritte in un mese. Perciò Lunario. E la luna scandisce le maree e gli umori degli uomini, anche in un periodo come questo, in cui sospesi attendiamo la fine della Pandemia-Covid19. Ma cosa rimarrà nel cuore dell’umanità?

E di fronte ad un’altra morte/taci e scacci gli occhi/ come il pane che non ha visto il sale.

Che sia questa la risposta?

Giuseppe Battaglia. Ferite nella memoria. L’ArgoLibro editore

Una inevitabile riflessione sul divenire. Così Giuseppe Battaglia nella sua ultima raccolta poetica. La recensione è di Martino Ciano ed è già stata pubblicata su Gli amanti dei libri.

Sono ferite che mai si rimarginano quelle che la memoria porta sulla propria pelle. Lo sa bene Giuseppe Battaglia che nei suoi versi è fin troppo lucido. Ma la poesia è anche l’ultimo appiglio di chi non si lascia attraversare dalla vita, perché esistere è molte volte un abbandonarsi, senza remore, al divenire. Le parole di Battaglia vanno controcorrente. Sono per l’adesso e tali rimarranno. Forse l’eternità si scopre catturando il presente. Il poeta siciliano infatti si appropria di pezzi di eternità e li trattiene tra questi versi telegrafici.

L’opera che ci consegna si imprime nella memoria, perché i ricordi scalfiscono, tagliano, lacerano. Vero è che le ferite si rimarginano, ma le cicatrici continuano a parlare.

Giuseppe Battaglia non c’è più. Ci ha lasciati. Questa raccolta di poesie contiene i suoi ultimi componimenti.

Giuseppe Battaglia è vivo. È qui, in questi versi, in quelli scritti precedentemente. L’eternità esiste? Forse sì, forse è proprio in questo presente-poetico descritto in una manciata di parole scelte con cura.

Le parole/nel buio/colano a picco/in un passato/senza inizio.

Nonostante questo tentativo di catturare l’attimo, in ogni verso si avverte il senso di caducità, perché nulla può fare a meno del tempo; almeno qui, nel mondo, niente può esistere aldilà del divenire e del mutamento. Anche le parole, per quanto possano decantare l’eternità, sono soggette all’evoluzione dei significati.

Cosa rimane, quindi?

Sotto l’umida pietra/ non c’è giorno/lì/il tempo finisce

Cos’è l’umida pietra se non un sepolcro per il dolore, per l’attesa, per la gioia, per tutto ciò che viene mosso da quella ingorda volontà di vita che anima l’Universo; eppure, dolci diventano/i sogni/senza inganno/la giovane luce/aspetta/il nuovo giorno.

Sono versi che danno voce a una speranza che si insinua nella consapevolezza che nulla può essere fermato. Solo nella memoria, tra i ricordi, si rivive, si distrugge e si ricompone il senso del proprio tempo. Questo ci sussurra Giuseppe Battaglia, come scrive anche Nicola Vacca nella sua prefazione; questo è il dono che il poeta Battaglia ci lascia, l’ultimo, ma anche il più prezioso.

“Un libro e una rosa rossa”. 23 Aprile Giornata mondiale del Libro

Articolo a cura di Letizia Falzone

Il 23 Aprile si celebra la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto D’autore, indetta dalla Conferenza generale dell’Unesco. La scelta della data non è casuale ma, anzi, di grande effetto. Nel 1616 morirono tre grandi autori: William Shakespeare, Cervantes e Inca Garcilaso de la Vega.

Dal 2001 l’Unesco e le organizzazioni internazionali che rappresentano i tre principali settori dell’industria del libro: editori, librai e biblioteche, decidono una capitale alla quale assegnare questo ruolo per un anno.

La prima fu Madrid, l’anno successivo fu Alessandria d’Egitto, poi fu la volta di New Delhi, Antwerp, Montreal, Torino, Bogotà, Amsterdam, Beirut, Ljubljana, Buenos Aires e Yerevan. Nel 2013 fu Bangkok, in Thailandia, mentre nel 2014 è stata la volta di Port Harcourt, in Nigeria. La capitale mondiale della Giornata Mondiale del Libro 2020 ci porta in Malesia, a Kuala Lumpur. Mentre quest’anno ci troviamo a Tbilisi in Georgia.

L’obiettivo della Giornata è quello di incoraggiare a scoprire il piacere della lettura e a valorizzare il contributo che gli autori danno al progresso sociale e culturale dell’umanità . Il messaggio è rivolto principalmente ai giovani che, tramite la parola scritta, possono ripercorrere le gesta delle donne e degli uomini che hanno contribuito al progresso sociale e culturale.

Il libro e la lettura rappresentano un mezzo indispensabile di approfondimento e di conoscenza di noi stessi, degli altri e del mondo, e soprattutto nei periodi di incertezze e precarietà ci aiutano a guardare avanti fiduciosi. Promuovere la lettura serve a formare cittadini oltre che informati, che abbiano capacità di capire quello che leggono e quello che ascoltano, farsi delle proprie opinioni, crescere, non solo da un punto di vista culturale, ma anche sociale ed economica.

Investire nella lettura, soprattutto per i più piccoli, nelle scuole, significa investire sul futuro di un Paese. Quando non lo si fa, i risultati sono quelli di un Paese che non legge, che non capisce. Sostanzialmente di un Paese che non cresce.
Le cose che si amano a mio avviso, si amano da subito. La lettura, i libri, soprattutto se promossi e letti nelle famiglie e nelle scuole fanno sì di intraprendere un cammino per un grande amore. L’idea della giornata mondiale del libro ha origine in Catalogna dove il 23 aprile viene offerta una rosa per ogni libro venduto. San Giorgio è una festività molto sentita in Catalogna. 

La leggenda narra che un drago terrorizzasse un villaggio della regione e che per placare la sua ira gli abitanti gli davano in pasto degli animali. Col passare del tempo questi non furono più sufficienti ad ammansire la bestia, così la popolazione fu costretta ad immolare le persone. Il giorno che questa crudele sorte toccò alla figlia del re, un cavaliere di nome Jordi (Giorgio, in catalano) combatté con il drago per salvarla. Fu così valoroso ed impavido che con la sua spada uccise il mostruoso animale e da uno spruzzo di sangue spuntò una rosa rossa, che Jordi donò alla fanciulla.

Così nel 1926 un editore valenzano, Vicent Clavel i Andrés, fuse leggenda e storia unendo il simbolo del libro, che ricordava gli scrittori, alla rosa di San Giorgio dando vita alla “Festa dei libri e delle rose“.

Leggenda, anniversari, amore per la lettura e per i libri si fondono e promuovono questa bella festa in cui gli innamorati, i fidanzati e tutte le persone che si vogliono bene si regalano libri e rose. E così, ecco la giornata dei libri… e delle rose!

Ada Crippa. Coma. La vita Felice

Recensione a cura di Martino Ciano

Nelle parole di Ada Crippa ritroviamo l’attesa e la visione, il pre-giudizio che guida la ricerca, affinché ciò che arrivi dopo non sia una sentenza, ma un atto concreto di comprensione che vada al di là del senso comune. In queste liriche in cui l’amata sta al capezzale del proprio congiunto, ormai morente, pronto a oltrepassare, la poesia diventa un ponte verso la liberazione. Se il dolore è qualcosa di umano, che resta nel cuore di chi ancora soggiorna sulla Terra, allora, la morte non può che essere il momento dell’espiazione, della pace, dell’innecessario rimorso.

Ada Crippa si muove così: di fronte alla morte di un proprio caro tutto è inspiegabile, ma è proprio ora che si schiude l’essenza della verità. Eppure, ciò che non può essere spiegato a parole, diventa contemplazione, cosa in sé, per cui non esiste traducibilità, bensì silenzio e approvazione. In questo gioco che si fa giogo da cui la poetessa non vuole liberarsi, ecco la poesia, che è superamento del senso, della realtà e innesto di nuovi significati nella quotidianità.

Non esiste la morte, ma non esiste neanche la vita come noi la intendiamo. In questi versi compaiono la sospensione, la liturgia del limite, la preghiera dell’uomo che si ferma sull’abisso e ha il coraggio di scrutarlo senza giudicarlo.

Solo attraverso questa immersione nella totalità possiamo comprendere perché per Ada Crippa la grazia della bellezza/portata con silenzio/è un ponte per ogni precipizio. Solo attraverso l’accettazione del trapasso possiamo assaporare il senso della durata, che si manifesta nel ricordo, nella nostalgia che riunisce i pezzi e che si vendica delle Furie, evirando nuovamente quel Tempo divoratore da cui tutto ha avuto inizio.

Sono tornata qui/con lo sguardo del disincanto/sul cuore infranto della terra/dove vissute radici sciolte dal tempo/abbracciano il tuo corpo diafane essenze/accogliendolo nell’impasto materno/restituzione vitale nel cerchio della vita/sorride il cielo/allo sguardo senza veli/ai petali delle rose che ti sono manto/al tuo sepolcro.

Ed è così che l’uomo resta frastornato davanti a quella morte che si ripete, che strappa per riunire all’eternità. Che sia giusta o che sia sbagliata, Ella è e non si nasconde ed è per questo che la vita rimane inerme/inginocchiata/in attesa che l’aria torni/o che il destino si compia.

Solo nudi e disarmati possiamo leggere i “coraggiosi versi”, come li ha definiti Nadia Lisanti nella sua prefazione, composti da Ada Crippa.

Solo nudi e disarmati possiamo leggere i “coraggiosi versi”, come li ha definiti Nadia Lisanti nella sua prefazione, composti da Ada Crippa.

Giuseppe Perrone. La quarta parte. L’ArgoLibro editore

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

La poesia di Giuseppe Perrone si presta a molteplici interpretazioni, ma una su tutte spicca: quella dell’esperienza, come sottolineato anche da Cosimo Argentina nella sua prefazione. Nessun componimento si addentra in una astratta ricerca del senso, ma ogni parola converge verso il regno del “reale”. E in questo spazio, che non ammette imprecisioni, perché l’errore è già compreso in esso, la quarta parete è sia un muro che divide, quanto una porta che apre sulla “possibilità”. Così, Perrone gioca a dadi e crea un Universo in cui è reale tanto ciò che accade, quanto ciò che potrebbe accadere. 

Nella stanza imperfetta/c’è un di fronte/non è muro/non c’è finestra/un di fronte/confine o spazio aperto/la poesia si scrive da sola/e racconta, il lato oscuro.

E proprio perché ogni verso mostra il lato oscuro della realtà, Perrone si veste dei panni del poeta-osservatore, che non istiga alla reazione perché, dopotutto, il mondo è ciò che appare in ogni istante, con tutte le sue possibilità, con i suoi dolori, i suoi vizi e con le gioie che si manifestano fugacemente.

Mentre l’acqua di fiume scorre/indifferente/i suoi argini si consumano/d’accidia e invidia/mentre una lacrima d’addio scende/silenziosa/i suoi demoni ridono/con peccato e fuoco/nel “mentre”/l’attrazione degli opposti.

Se quindi gli opposti si attraggono, innescando reazioni che scontrandosi si annullano, allora la quarta parete è anche immagine di un’anima che pian piano si impregna di emozioni che danno fiato alla creatività, perché se è vero che la realtà non si trasforma solo con il pensiero, è pur vero che il pensiero e le parole “colorano” la realtà, la interpretano e le danno un’anima.

Così Perrone si fa poeta di fronte alla nuda realtà, quella che non si lascia accarezzare e non si fa addomesticare. E in questo eccesso di lucidità tutto si fa evanescente, nonostante queste parole siano solide, reali, mischiate all’attesa di un varco verso la “vastità delle possibilità”.

Pietro Romano. Case Sepolte. I Quaderni del Bardo

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su L’Ottavo

Le Case sepolte di Pietro Romano sono edifici sprofondati negli abissi dell’anima su cui si sono depositati strati e strati di terra. Sono abitazioni nascoste da frane emotive. Nelle loro stanze non si trovano detriti, sugli oggetti non v’è polvere, tra gli arredi dormono serenamente i ricordi.

Il lettore sarà quindi come un archeologo, che dopo aver tanto scavato dovrà anche avere il coraggio di esplorare ogni stanza e di ricostruire i momenti di coloro che vi hanno vissuto. Ed è per questo motivo che quella di Romano non è solo poesia, ma un dialogo incessante con il suo lettore. Proprio a lui viene dato il compito di interpretare i versi, di amalgamarli con le proprie emozioni, con l’esperienza.

Tra queste pagine non vi sono poesie, ma frammenti, a volte brevi aforismi, che si intrecciano in maniera enigmatica. Non c’è un poeta che scrive e un lettore che passivamente assimila, ma un tu che diventa io e un me che si spersonalizza. Per fortuna, l’unica vittima di questo sprofondamento è l’ego. Nessun concetto cerca l’approvazione del lettore, ma spinge a un’interpretazione che trasforma la parola in rivelazione.

Case sepolte è un’opera ermetica che se da una parte chiede rispetto, dall’altra non elemosina comprensione. Siamo di fronte a un esperimento letterario che va attraversato con coraggio e con audacia. Nessun componimento è slegato dall’altro, ma ogni verso è saldato a quella che potremmo definire un’unica prosa poetica.

Così, il lettore-archeologo che avrà il coraggio di immergersi tra queste pagine, ritroverà qualcosa di sé e delle sue radici, una parte del mondo che ha abitato e gran parte dei luoghi dai quali è fuggito prima che la catastrofe piombasse sulla sua dimora. Non c’è altro modo per leggere l’opera di Romano se non con gli occhi dell’anima, sospendendo ogni giudizio, ricavando dai versi un dubbio che apra a nuovi mondi, piuttosto che sperare in una risposta.

Nadia Lisanti. 69 poesie e 7 peccati. Controluna

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Parlare dell’eros è una delle cose più difficili. Cos’è infatti questa forza che accompagna l’uomo durante tutto l’arco della sua vita? Io rispondo: un mistero, purtroppo banalizzato e il più delle volte volgarizzato, tant’è che nessuno sa più definirlo; peggio ancora oggi, nella società del consumo, dell’usa e getta, della pornografia. Facciamo allora un po’ di chiarezza: eros non è pornografia e pornografia non è emancipazione dei costumi.

Semmai, essa è oggettivazione della sessualità, è mercificazione del corpo, è consumo e godimento di un bene o di un sevizio. L’eros è una forza-desiderante, innesca i sensi e il pensiero, ma solo i sensi possono alimentarlo e solo il contatto lo rende attivo.

L’eros quindi si nutre di emozioni, del contatto, di carne che sfrega carne, di corpo che abbraccia corpo. Tutto il resto è un desiderio che si soddisfa facilmente, che si ciba di foto, di video, di nudità immortalate alla meglio che si ingurgitano solo per placare una fame capricciosa. Ed è per questo motivo che molte volte l’eros spaventa, perché la bellezza incute terrore. E nel mondo del qui-ora-subito ogni attesa è ansia, ogni ansia è indecisione, ogni indecisione provoca dolore.

Ed è qui che entra in scena la poesia di Nadia Lisanti, che con i suoi versi decanta l’eros che mai si spegne, che è costante desiderio, che si manifesta nel contatto, che è calore e forza, che sa unire i due amanti, capaci di ispirarsi l’uno all’altro, godendo reciprocamente tanto in un lungo abbraccio, quanto riconoscendosi l’uno nell’altro. Ma l’eros della poetessa lucana è anche saper attendere l’attimo giusto, è scoperta della carne che non è peccato, ma materia dell’uomo. Fare all’amore è eros.

L’autrice non ha paura di usare le parole giuste, di chiamare le cose con il loro nome. Di fronte all’eros infatti ci si mostra nudi, senza eccessi o freni inibitori, perché questa forza fa di ogni parte del corpo un essere vivente e non un feticcio sul quale concentrarsi. Ma c’è un altro aspetto dell’eros che mai si indaga: lui non conosce distinzioni di sesso e di età, di status e di razza; riconosce a ciascuno una sua unicità e unisce misteriosamente e perfettamente ciò che per altri non potrebbe mai stare insieme.

L’eros della Lisanti è tutto questo e i suoi versi ne danno testimonianza. E nonostante oggi il corpo “degli altri” sia così tanto a portata di mano, proprio la mancanza di eros spegne tutto velocemente.

Angela Nese, Microclimi, L’ArgoLibro

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Attraversare l’amore, renderlo parte della propria vita, legarlo al destino e alle parole, tramutarlo in tempo propizio. Le cinquantacinque poesie che ci propone Angela Nese si muovono tra l’attimo e l’eterno, tra i microclimi dell’anima. Nessun sconvolgimento improvviso, nessun cambio repentino nel cielo del cuore, ma mutamenti costanti, che si nutrono di gioia e di dolore, di ricordi e di speranze, di passato e di futuro, di un presente che non dimentica da dove proviene.

L’amore per Angela Nese non è né buono né cattivo, né eterno né passeggero, né si consuma in un amplesso né si idealizza; piuttosto, è ciò che si vive e si conserva, ciò che si costruisce e in alcuni casi si subisce. Non v’è teorema consolatorio, vincente o scientificamente testato. Nient’altro si può sperare dall’Amore se non essere.

Alle porte di giugno/i passeri cadono dal nido/bruni gomitoli d’innocenza/si schiantano tra fiori e cemento./Sono amori andati a male…

E così l’amore diventa una scommessa. Nessuno può decidere. Si gioca a viso scoperto, nudi, senza alcuna difesa. Non vi sono né regole scritte né consuetudini. Possiamo sopportare tutto questo?

Ho bruciato lettere d’amore/altre le ho ingoiate ed erano vetro/ cocci azzurro ghiaccio e grigio tetro/ruvidi rudi prodotti del mio umore…

Così la poetessa campana apre la sua raccolta, con una poesia con cui ammette di accettare le regole del gioco. Così hanno vissuto gli uomini prima di lei e così vivranno. Trascorreranno le epoche, verranno nuove scoperte, il clima cambierà, ma l’amore resterà sempre un anarchico demone che sovvertirà tutte le leggi del cielo e della Terra.

Scolpì la natura ferite simili sui nostri volti./Ci dissero sorelle, create da una sola forma./Ma oggi guardo e non mi riconosco/non trovo tra i tuoi tratti la ferita che  ora brucia/quella terribile, che mi apristi in pieno viso.

Ma parlare di amore vuol dire anche dipingere un attimo in cui respira tutto l’Universo. In questo modo ogni poesia della Nese diventa di proprietà del lettore che può renderla “a sua immagine”. In fondo, “tutto l’universo risiede in ognuno”, come scrive Giuseppina La Delfa nella sua prefazione.

Buona lettura.