Sergio Quinzio. La sconfitta di Dio. Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Zona di Disagio

Ogni critica che parte dal negativo è un atto di salvezza per la dialettica, unica strada per incamminarsi lungo nuovi percorsi. Forse, oggi, l’incapacità di trovare alternative sta proprio in questo difetto linguistico che ha assegnato alla critica il significato di rappresaglia, demonizzazione e annichilimento. Nei suoi pamphlet, Sergio Quinzio ha letto i messaggi evangelici e della Bibbia in maniera diversa, scomoda, negativa. In La sconfitta di Dio, il teologo si sofferma su quelle promesse sparse nel Libro dei libri e che non sono state mantenute.

Questo atteggiamento ha allontanato il fedele da Dio, lo ha dato in pasto alla fede della tecnica in cui l’umanità si incensa, si assolve, si distrugge e si ricrea. L’uomo è quindi il figlio deluso che trova una strada alternativa per dar forma alle promesse di eterna felicità e beatitudine; condizioni che, come dimostra Quinzio, dovevano compiersi sulla Terra e non in un Regno post mortem.

Quella di Quinzio non è una lettura arrabbiata, da fedele deluso, ma è un atteggiamento critico, di uomo che avvia un dialogo. È l’aspetto negativo che non deve allontanare, ma avvicinare; è la dialettica che manca tra sacro e profano nell’epoca post-moderna. Sono argomenti che Quinzio trattò anche in Religione e futuro, altro velenoso pamphlet del 1962 che già metteva in mostra una linea di pensiero che il filosofo avrebbe mantenuto per tutta la vita e in tutta la sua produzione.

I nuovi percorsi e i nuovi linguaggi non possono essere ricercati nei momenti di quiete. Lo spirito necessita di una continua tensione, di un costante approccio critico, per l’appunto, che non sia annichilente, ma capace di ristrutturare il pensiero. La teologia di Quinzio rifiuta la logica, ma è figlia della disperazione, del dubbio. È proprio la logica, materia prima della tecnica, la nemica della spiritualità. Nessun rinnovamento del pensiero può avvenire attraverso la ragione, ancor di più questo si avverte davanti al mistero di Dio. Un discorso che si avvicina molto a quanto sosteneva Schopenhauer, che dava forza all’intuizione,  grazie alla quale la sintesi tra oggetto e soggetto è istantanea, pura, vera.

La fede è quindi intuizione?