Nella regione dell’innocenza. Un indizio di colpevolezza

Articolo di Martino Ciano

Io vivo nella regione dell’innocenza in cui nessuno è colpevole, e se proprio qualcuno non riesce a sfuggire alla giustizia terrena, ci pensa Dio ad assolverlo con il suo supremo quarto grado di giudizio con cui si spalancano le porte del Paradiso. Siamo figli di un Dio buono che comprende tutto, che salva tutti, che giustifica ogni cosa, che si fida dell’intimo atto di pentimento delle sue creature.

In questa premessa sta tutto ciò che conosco della mia regione, la Calabrisella nostra delle bestie vestite di pelle d’agnello. Candide pecore con onorevoli intenti. Tacciono su tutto fin quando il potere delle consorterie le tiene unite in un unico abbraccio, poi, se qualcosa non va bene, ecco la ribellione dell’una che si unisce ad altre per costruire il partito dei delusi.

Anch’io sono pecora, ci mancherebbe. Io non voglio salvarmi.

E la lobby fonda una cordata di incazzati che vuole detronizzare i vecchi pastori.
E la pecora si fa pastore, e il pastore si fa di nuovo pecora, e nella regione dell’innocenza l’evoluzione della specie è circolare. Nella regione dell’innocenza l’emancipazione delle masse è un processo di incesti in cui il padre corrompe il figlio, e il figlio si fa padre che corrompe i suoi figli, e un seme malato si insinua nella mente e nel corpo, si deposita nei coglioni e lì resta, e bisogna sperare che mai esca, che mai diventi frutto. Poi qualcuno si indigna e allora capisce che bisogna far le valigie e andare via; tanto, se Dio vuole, tutti si salvano vivendo lontani dalla ragione dell’innocenza.

I colpevoli sono quelli che annusano la disgrazia, che la annunciano per le strade e per le piazze. Esistono anche nella regione dell’innocenza. Se ne stanno ai bordi, come gli emarginati. Se hanno idee contorte, annegano nel mare di cazzate che dicono. Ricevono consensi, tanti, ma è il consenso che si dà ai pazzi. Insomma, non vale nulla, è solo un atto di misericordia. I colpevoli non sono rivoluzionari, sono semplicemente coloro che non hanno più nulla da perdere; condannati alla solitudine in cui incappa chi diventa lucido. Infatti, nella regione dell’innocenza, la lucidità è una disgrazia. Due cose può donare la lucidità: la follia e la morte. Dopo la chiarezza c’è l’insensatezza dell’esistere, e il colpevole può decidere tra la forca e l’esilio.

Eppure, nella regione dell’innocenza la pietà primeggia. C’è chi ha pietà di sé e chi degli altri, ed è per questo motivo che tutti si affidano al quarto grado di giudizio, quello di Dio misericordioso che assolve tutti sempre, ovunque e comunque. Nella regione dell’innocenza vige un’interpretazione malsana del consiglio lasciatoci da Guglielmo di Occam: Non moltiplicare gli elementi più del necessario, ossia, così è, così sarà, quindi fatti i cazzi tua!

Fatti i cazzi tua è un atto di pietà.

Fabio Rocchi. La disputa sul raki. Besa Muci Editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Storie di adattamento, di allontanamenti forzati, di dialoghi difficili tra culture diverse, ma anche di rientri nella propria patria. Di questo parla il libro di Fabio Rocchi, autore fiorentino che attraverso dieci storie ci fa scoprire l’incontro-scontro tra albanesi e italiani. Due popoli che nei secoli hanno avuto modo di “conoscersi”, di amarsi e di guardarsi qualche volta con diffidenza.

È una storia ancora tutta da scrivere. Rocchi mette tra queste pagine anche la sua esperienza lavorativa nel paese balcanico e, infatti, non pone i personaggi solo nella prospettiva di un’emigrazione intossicata da ragioni storiche, pensiamo alla fine del comunismo e alla fuga di massa in Italia dei tanti albanesi che qui hanno cercato l’America, ma anche del ritorno in patria e dell’incapacità di riconoscersi.

È la storia tipica di chi perde la propria identità, valutando l’erba del vicino migliore della sua. È un po’ quella metamorfosi che già Pasolini aveva osservato nei genuini ragazzi delle borgate romane, che per appagare i propri desideri di “emancipazione”, diventavano schiavi di un conformismo violento che imponeva la spersonalizzazione in cambio del benessere e della noia consumistica combattuta solo con una sovrapproduzione di desideri.

Tutto ciò è ben rintracciabile nei racconti di Rocchi e lo stesso avviene negli italiani che lavorano in Albania, i quali guardano con sospetto questo popolo, sentendosi ancora dominatori cui è stato tolto il privilegio del comando. Ora sono gli albanesi che si “vendicano” dell’invasore. Tutto viene scritto con grande maestria dall’autore toscano, che in diversi momenti si comporta come un antropologo che studia anche i cambiamenti radicali di questo paese, su cui ancora aleggiano le ombre di uno dei regimi comunisti più violenti d’Europa.

La scrittura di Rocchi è asciutta. Concetti complessi si materializzano perfettamente nei personaggi. È un’opera in cui i fatti hanno il predominio, tant’è che questo libro è una cronaca dello sradicamento che coinvolge tutti, senza esclusione.

Patrizio Zurru. Enedecascivoli. Maraggi Editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri. Buona lettura.

Un “sali e scendi” per questi ricordi che nel tempo non si sono dissolti, ma che sono diventati sempre più vividi recuperando nel loro “eterno ritorno” tanti piccoli particolari, fin quando tutto è ridiventato ciò che è stato.

Eccoli qui i sessantacinque racconti che Patrizio Zurru ha voluto imprimere sulle pagine di questo libro. Per ognuno di loro, l’autore ha delimitato uno spazio, una sorta di tela bianca sulla quale il lettore potrà tracciare le proprie emozioni. Una “lettura partecipata”, in cui è proprio il lettore ad arricchire il racconto con le sue linee estemporanee. C’è qui l’immagine di un tempo andato via, di cui non si deve avere per forza nostalgia, ma che testimonia la fuga in avanti degli anni, la metamorfosi costante d’ogni cosa, il mutamento dei corpi, dell’anima, di tutto ciò che ci circonda.

Un tempo c’erano i giochi per strada; le famiglie-tribù; il quartiere; il paesello; il mondo senza connessioni internet; la Sardegna, terra d’origine dell’autore, oltre cui sembra che non ci sia nulla. Ma cosa c’è di più romantico dell’isolamento degli isolani, che vedono gli altri continenti come terre lontane, incantate e misteriose? E come viene vissuto tutto questo da un bambino, che può sognare guardando l’orizzonte immaginando che al di là di esso tutto sia distante e irraggiungibile?

E Zurru ci accompagna tra queste sensazioni, attraverso brevissimi racconti simili a frammenti. Frammenti non più taglienti, ma preziosi, che possono essere incastrati l’uno nell’altro, che s’imprimono su un foglio, magari a fine giornata, quando il sole cala e il cielo sanguina… è questo il momento migliore per lasciarsi andare, per immaginare che l’isola sia l’unica terra emersa dalle acque e che, qualche volta, anche un uomo ha il diritto di sentirsi un’isola.

E a tanti scogli emersi dal mare calmo dei ricordi assomigliano i racconti di Zurru, che si tuffa nella sua memoria, lasciandosi trasportare dalle onde, quelle onde che cercano sempre una spiaggia sulla quale infrangersi.

Simone Ghelli, La vita moltiplicata, Miraggi

 

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Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Dieci racconti costellati da personaggi “divisi in loro stessi”. Storie di anime scisse che vivono in piani diversi della coscienza. In poche parole, Simone Ghelli dà voce a una prolifica commedia umana in cui nessuno si accontenta della realtà e che, pertanto, trova il suo habitat al di là dell’oggettività.

C’è un tempo esterno e un tempo interno. La percezione dell’uno e dell’altro origina un discorso intimo. Infatti, l’irreversibilità delle ore mai coincide con la reversibilità dei ricordi e con il futuro-presente in cui dimorano speranze e desideri. Eppure, è qui che tocchiamo con mano il patire, ossia, il “sentirsi”, che non vuol dire a tutti i costi “appartenersi”, anzi, spesso crea la famigerata incomunicabilità che si instaura tra mondo e soggetto.

Chi sono quindi i personaggi dei racconti di Ghelli?

Sicuramente, sono personaggi che dialogano con il disagio, che vivono un presente che non  appartiene loro, che si difendono prendendo le distanze dal mondo pur attraversandolo con grande dignità. Eppure, nonostante i loro sentimenti contrastino con la realtà, essi cercano quel medium capace di instaurare un dialogo con la quotidianità. Insomma, per loro dar voce ai pensieri vuol dire moltiplicare i punti di vista attraverso cui valutare il Mondo. Le loro doglianze alimentano una rivolta solitaria che non esclude la Terra, ma ne allarga l’orizzonte.

È facile entrare nei pensieri di questi personaggi, Ghelli ha uno stile asciutto che prende per mano il lettore. Proprio il lettore è chiamato a seguire la trama, che non si sviluppa orizzontalmente, ma verticalmente. Si sale sempre di più fino a giungere alla sintesi perfetta, ossia, all’impatto con la quotidianità.

Cos’è la realtà secondo Ghelli?

Il mondo si addensa negli occhi di chi lo guarda, pertanto, non esiste l’oggettività, ma solo una intima decodificazione di tutto ciò che si percepisce. La realtà che lo scrittore ci pone davanti è quel gran spettacolo che ci coinvolge e che sa ingannarci. È quindi la soggettività il gran rifugio, una sorta di “camerino” in cui possiamo prendere fiato e ripetere il copione prima di tornare in scena. Fatto sta, che è difficile recitare una parte che non piace, ed è in quel momento che tutto diventa faticoso e farraginoso; anzi, impossibile da mascherare.

Buona lettura.

Rapporto ex Seileste-150t “Pianeta Terra”, una divagazione di Giuseppe Milite

Racconto a cura di Giuseppe Milite – inedito

Dista dalla sua stella 325 vlm[2] ( circa 150 milioni di chilometri – UMU[3]). Compie intorno ad essa un’intera rotazione alla velocità 3,75 vlm/g[4] (circa 100.000 chilometri orari  – UMU).
La specie dominante che ha abitato il pianeta nell’ultimo periodo della sua evoluzione, suonava il tempo impiegato per questo intero ciclo, “anno”. Si stima che dalla sua formazione abbia compiuto tale rotazione più di quattro miliardi e mezzo di volte (circa 4.500 milioni di anni – UMU).
Fa parte di una galassia di 115.726 miliardi stelle e 103,286 miliardi di galassie, contenenti a loro volta, ognuna mediamente, 100 miliardi di stelle. È ancora sinergico, attualmente, all’universo multiversalmente denominato eX-Seileste-150t.  Negli ultimi cicli circumstellari della sua vita, grazie alle straordinarie proprietà acquisite attraverso continui ed epocali stravolgimenti, un interscambio costante con altri corpi celesti e la favorevole distanza dalla sua stella, riuscì a sviluppare una ragguardevole varietà di specie viventi, tantissime, straordinarie e sicuramente multiversalmente uniche.
Oggi che cominciamo a saperne di più di questo pianeta, possiamo sicuramente affermare che tra la miriade di quelli finora individuati, probabilmente era uno dei pianeti maggiormente e meravigliosamente prolifici. Allo stato attuale dei nostri studi risulta che verso la fine del suo percorso evolutivo, una specie in particolare, si sviluppò al punto di essere in grado, tra i propri individui, di comunicare in modo rozzo ma gradevole, originale e discretamente evoluto. Tale comunicazione avveniva attraverso una sorta di articolazione sonora emessa da uno strumento vocale contenuto all’interno della sommità del loro corpo. Probabilmente nella parte congiungente l’unità centrale di elaborazione dati, al resto della struttura. Quest’ultima si suppone fosse, energeticamente poco efficiente. Per denotare la loro specie ed il loro pianeta li suonavano rispettivamente, “umana” e “Terra”.  È certo che la specie si considerò intelligente. Anche se non fu mai in grado di comprendere le forme di comunicazioni (meno evolute, ma altrettanto espressive e la maggior parte suonanti) delle altre specie viventi abitanti lo stesso pianeta. Da quello che vedremo dopo, anche le comunicazioni tra la stessa specie, non devono essere state tra le migliori.
E’ oltremodo ormai assodato che in relazione alla dimensione ed alle risorse del pianeta si sia riprodotta oltre il sostenibile, a danno di altre specie suonate rispettivamente “animale”, alla quale, pur ritenendo di appartenervi amavano distinguersi per presunta superiorità, e la “vegetale”.  Anche in questo caso è stato commesso l’errore di specie dominante classico, definito convenzionalmente “squilibrio ecosistemico di base”.
Le tesi sopra esposte sono state ulteriormente confermate dal ritrovamento nello spazio, appena fuori il loro sistema stellare, di una massa di materiali ferrosi[5], sicuramente appartenente a questo pianeta. L’oggetto è stato scoperto, casualmente,  da un nostro esternauta in viaggio di ricognizione a bordo di una navicella a curvatura intermultiversale. Era ormai privo di controllo e preda dei flussi magnetici stellari esterni, vagava a 64.500 vlm (45 miliardi di chilometri circa – UMU) dal pianeta d’origine. Sostanzialmente una sorta di sonda rudimentale, sicuramente utilizzata per ispezionare i dintorni di quella che era la loro casa.
Ebbene in questo oggetto è stato ritrovato un disco di rame placcato in oro, (la scelta del materiale era stata opportuna), con incisioni ben conservate di suoni, immagini e informazioni fondamentali sul pianeta, dalle quali è stato facile evincere e in alcuni casi avvalorare, quanto sopra esposto.
Da ulteriori accertamenti, effettuati poi, su residui di materiali organici sicuramente attribuibili a questa specie e miracolosamente salvi, ed all’analisi oggettiva dell’intero contesto, si arrivati alla determinazione, con l’esclusione di qualsiasi dubbio, che la specie era effettivamente poco intelligente ed appena ai primi gradi evolutivi secondo convenzione VIMAS[6]  .
È d’altra parte ormai noto, che una specie vivente che attraverso la sua evoluzione sviluppi una minima capacità intellettiva, non è in grado di autovalutarla. Tutte le specie studiate finora che l’hanno fatto, hanno difatti, implicitamente dimostrato di non essere sufficientemente intelligenti da comprendere di non poter essere in grado di farlo. Va comunque detto che la giustificazione dell’errore commesso spesso è dato dall’impossibilità di confronto che queste specie poco evolute hanno.
Difatti, se incapaci di viaggiare, quantomeno nel sistema stellare esterno, e se non raggiunti, magari casualmente, da altre civiltà, essi non hanno tale possibilità di confronto. È riconosciuto ormai multiversalmente che solo attraverso il rapporto e il confronto con altre specie galattiche, extragalattiche o extrauniversali che è possibile definire il proprio grado di intelligenza secondo convenzione VIMAS. Essi, purtroppo, si confrontavano solo con specie a loro prossime e disponibili sul loro pianeta, in particolar modo con un loro antenato prossimo, per denotarla suonavano “scimmia”. Da qui la facile induzione all’errore.
Avvicinandosi al pianeta poi, è stato rilevato che è ormai ridotto ai primordi. Stime effettuate concludono che affinché possa essere riutilizzabile da qualche colonia multiversale, sia necessario un intenso lavoro di pulizia e ricostruzione. Naturalmente questo avverrebbe all’incirca in 6000 rotazioni intorno alla sua stella (o anche anni umani). Sono attualmente allo studio possibili interventi, che se valutati sostenibili, (vista la grave condizione ecosistemica) potrebbero ridurre questi tempi ad un terzo.
In prossimità del pianeta, nello spazio prossimo che lo circonda, si ritrovano una miriade di ammassi ferrosi. La cosiddetta “spazzatura spaziale di prossimità primitiva”, tipica delle civiltà ai primi gradini della scala evolutiva.  “Nonostante la nostra grande esperienza di navigazione universale esterna, non è stato facile passarci attraverso!”, “Mai vista una cosa del genere!”, “ Il caos che regnava fuori l’uscio di casa lasciava immaginare quanto potevano averne dentro!”.
Questi sono solo alcuni dei singolari commenti, dei nostri esternauti addetti alla missione esplorativa. Comunque erano sicuramente strumenti usati per l’esplorazione e le comunicazioni del pianeta. Molti di loro giudicati senza dubbio superflui. Esaminandoli si rileva la loro appartenenza a studi, costruttori e scopi diversi, (spesso, presumibilmente sospetti) e la confusione dei gruppi che li lanciava in orbita. Questo indica, inoltre, che quella che loro suonavano “umanità”, si era fortemente divisa in ordini e sottordini e che ognuno di essi aveva obiettivi e scopi molto diversi. Alcuni senza dubbio malvagi e di supremazia di razza, all’interno di specie. Riteniamo, come c’è capitato ormai di scoprire e di esser costretti a scrivere più volte, che anche in questo caso, e purtroppo temiamo non sarà l’ultimo, sia stata questa, con ragionevole certezza, la causa della loro autodistruzione. Il pianeta attualmente emette ancora un suono, molto verosimilmente associabile a quello che poteva essere un lamento umano, esso è ascoltabile già ad una distanza di 650 vlm ( circa 300 milioni di chilometri – UMU).

P.S. Dopo aver elaborato in particolare un suono, presente sul disco sopra menzionato, probabilmente di una specie che loro consideravano inferiore, veniva da loro suonata “balena”, ci siamo resi conto che è stato veramente un peccato non fossero stati in grado di interpretarlo.  Riuscirci avrebbe potuto significare la loro salvezza.
Gli umani ma anche le specie viventi a loro precedenti e contemporanee, vengono ormai multiversalmente ricordati come: i suonatori.




Note:
1. ^ Tempo multiversale coordinato (corrispondente al 27 Dicembre 2112 – Anni umani – UTC)
2. ^ Velocità della luce multiversale
3. ^ UMU (unità di misura umana)
4. ^ g = Unità di tempo atomico multiversale
5. ^ Voyager 1 (così si suonava),  vista la distanza del ritrovamento dal suo pianeta di origine, è probabilmente stata una delle prime  esploratrici del loro sistema stellare esterno. Quando ritrovata, dal suo interno veniva ancora inviato qualche flebile segnale all’indirizzo del suo pianeta d’origine, anche se ormai, nessuno avrebbe potuto più ascoltare. Fu probabilmente lanciata nell’ambito di qualche programma della NASA (sigla che riteniamo dovesse riferirsi al costruttore). Voyager 1 porta ancora con se, (nel rispetto del codice etico di esplorazione multiversale, dopo lo studio è stato riposto li dove trovato), un disco di rame placcato d’oro. Le immagini e i suoni in esso contenuti sono ritenuti ormai multiversalmente, unici e spettacolari. Le istruzioni per accedere alle registrazioni (anche se superflue) erano incise sulla custodia del disco.
6.^ Criteri di valutazione coefficiente intellettivo ed evoluzionistico specie viventi, multiversalmente riconosciuti ed accettati.


Nota: voglio precisare ai lettori che ne avessero bisogno, che questo breve racconto, pur se fantastico, contiene alcuni dati reali. Effettivamente la terra gira a 100.000 chilometri l’ora intorno al sole e l’intero percorso di rotazione, il cosiddetto “anno solare”, dura appunto un anno. In questo periodo la terra descrive, approssimativamente, un’ellisse intorno al sole, il cui perimetro è poco meno di 1 miliardo di chilometri. Il nostro sistema solare poi, con tutta la galassia che lo comprende, la via lattea, si muove a circa 3.5 milioni di chilometri orari per lo spazio infinito che la circonda. Quindi, anche se a noi sembra quasi tutto immobile, la nostra posizione nello spazio, cambia di migliaia di chilometri ad ogni istante.  L’universo a noi conosciuto, poi, si stima sia composto da 100 e più miliardi di galassie, e che ognuna di esse contenga a sua volta, 100 e più miliardi di stelle. Tutto questo esiste e si espande da circa 13,5 miliardi di anni. I valori espressi sono magari approssimativi, ma fortemente impressionanti. Ci danno la possibilità di intendere quanto sia infinitamente sconfinato lo spazio che ci circonda. Insomma, va bene, ma perché elencare tutti questi numeri, vi chiederete. Credo che farlo possa servire a ridimensionarci un po’. Siamo sì una creazione magnifica e straordinaria, ma pur sempre e comunque, miseri puntini di polvere aggregata, seppur di stelle. Credo ancora che servano a porci una domanda. Perché una mano divina o, se si vuole, complicati e meccanici eventi (quest’ultimi, a mio avviso, poco probabili), ci avrebbero assegnato tanto spazio da doverci sembrare infinito. Se pur da misero puntino anch’io, quale convintamente sono, immagino che la ragione possa, in fondo, essere semplice e che attraverso questa ragione appunto, si possa comprendere, quanto più è possibile per noi, comprendere. Al fine di guadagnare quindi, sempre più ragione, almeno qualche volta e solo per chi dovesse per se, ritenerlo opportuno, eseguiamo il seguente esercizio: di sera, in belle sere, con la coscienza dei numeri sopra esposti ben a mente, alziamo gli occhi al cielo, inspiriamo, osserviamo il firmamento e poi riflettiamo espirando. Ripetiamo l’esercizio più volte. L’assiduità e la costante ripetizione di sera in sera, del suddetto esercizio, nei soggetti che sono afflitti da narcisismo, egoismo e materialismo, comporterà una lenta ma continua remissione dei sintomi

Thomas Bernhard, L’imitatore di voci, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Se avete letto Bernhard sapete bene che i suoi romanzi sono monologhi.

Subordinate che si tuffano in altre subordinate, parole che si pugnalano a vicenda, riflessioni che dànno vita a nuove riflessioni e l’inquietudine in sottofondo che vi accompagna dalla prima all’ultima pagina. Se avete letto Gelo, Il Soccombente, Estinzione e Perturbamento sapete di cosa sto parlando. L’imitatore di voci invece è tutt’altro e, udite udite, in questo caso lo scrittore tedesco diventa sintetico.

Cento storie. Le più lunghe sono di appena due pagine, moltissime non superano le quindici righe. Bernhard diventa un cronista e si limita a riportare i fatti. Non approfondisce, non scava, ci dà solo la certezza che qualcosa è accaduto. Solo per un attimo entriamo in contatto con i personaggi, dopodiché ci vengono subito sottratti. Siamo semplici spettatori e possiamo solo ipotizzare il perché dei loro gesti e dei loro comportamenti, ma non dobbiamo dimenticare che sono espressione di un attimo, pertanto, ogni nostro giudizio sarebbe affrettato.

Insomma, Bernhard cambia stile ma la sostanza della sua scrittura rimane invariata. Queste storie terminano in maniera assurda, o meglio, non come immaginiamo. Ma l’intento non è quello di lasciarci a bocca aperta semplicemente ci viene dato l’unico finale possibile, che coincide sempre con la nostra incapacità di leggere tra le righe. È come risolvere un problema di matematica, la soluzione è già nel testo, bisogna saper interpretare logicamente le parole e i dati.

Prendiamo il racconto che dà il titolo al libro, L’imitatore di voci. In poche battute ci viene raccontato di un bravo attore che sapeva incantare il pubblico con le sue imitazioni ma rimaneva interdetto e si dichiarava incapace quando gli chiedevano di imitare la propria voce. Qui c’è tutta l’ironia e l’assurdità di Bernhard. Lo scrittore si prende gioco dell’attore che sa parlare con la voce degli altri ma non con la propria, che sa scimmiottare gli altri ma non se stesso. Proprio per questo motivo l’imitatore rimane interdetto ossia, stupito e turbato, perché gli viene chiesto un sacrificio: mostrarsi con tutti i suoi difetti. Non è un caso che l’editore abbia usato queste righe per la quarta di copertina, questo racconto infatti riassume alla perfezione il tema del libro.

Ma cos’è il turbamento per Bernhard?

Se avete letto la sua opera saprete rispondere altrimenti prendete questo quesito come un invito alla lettura. L’imitatore di voci è del 1978. Adelphi lo ripropone in un nuovo formato ed è un’opera che consiglio anche a chi non ha letto nulla di Bernhard. È sempre un inizio.

Ingeborg Bachmann, Il trentesimo anno, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già recensito su Satisfiction

Come è facile perdersi tra questi sette racconti raccolti in queste pagine, in cui ogni personaggio è un’anima errante in cerca di un “assoluto” nel quale trovare riparo. Si corre sul filo della “tragedia”; una tragedia che non ha inizio con un evento violento, ma che comincia da una confessione pacifica, che sgorga spontaneamente e improvvisamente dalla coscienza di questi uomini e di queste donne.

Attraverso la discesa negli abissi della coscienza, una passeggiata può quindi trasformarsi in un viaggio nei ricordi, durante cui si annusano i profumi della giovinezza o in cui l’anima si rallegra davanti a quei colori stagionali che riportano ai lieti giorni dei primi amori. Per Bachmann i ricordi sono tutto, stanno oltre il tempo, e servono per fare i conti con il presente o per estraniarsi da esso. Sul più bello, in ogni racconto, appare la guerra, quella cosa odiosa con cui i tedeschi e gli austriaci non hanno mai fatto i conti. Pertanto, tra queste pagine, si toccano pienamente il trauma di una sconfitta mai metabolizzata e il senso di colpa per un conflitto mondiale con il quale i germani non vogliono confrontarsi. Temi, questi, trattati con estrema lucidità nel racconto Tra pazzi e assassini.

E che dire del perenne vagabondaggio del protagonista de Il trentesimo anno, che dà il titolo al libro e che racchiude il tema che lega i sette racconti. Ecco un altro fuggiasco che nessuno sta braccando, che non riesce a ricordare, ma che ha bisogno di scappare via, di esplorare, di cercare, come se questo andare per il mondo sia l’unico modo per riappropriarsi di se stesso. E in questa folle corsa, in cui si fugge da qualcosa che ancora fa male, si insidia la follia.

In questi racconti la follia non è una condizione antisociale, ma una caratteristica innata dell’uomo, grazie alla quale l’essenza si manifesta. In ciò, Bachmann è simile a Bernhard. Nei personaggi in cui la follia prende il sopravvento, si alimenta un linguaggio di denuncia e di smascheramento della realtà. Realtà che, spesso e volentieri, appare come un comodo inganno sorretto da un tacito patto stretto dai protagonisti. Pertanto, nel non-detto o nel non-io si nasconde la verità. Verità che non coincide con la realtà. Tali elementi li possiamo cogliere nei racconti: A un passo da Gomorra; Un Wildermuth; Odina se ne va, in cui si trattano altri due temi cardine di questa raccolta, ossia, l’amore e la giustizia.

Ma c’è un elemento che cattura più di tutti, la scrittura. Le parole della Bachmann scivolano nel cuore. Un flusso di coscienza in cui ogni cosa annega, una lucida rappresentazione che violenta i sensi, un linguaggio aulico che rapisce il lettore; registri diversi che la scrittrice austriaca usa a piacimento, perché il suo obiettivo è proprio quello di raggiungere un luogo “assoluto” e “tragico”, dove l’anima si rigenera.