Evocare. Necessità dell’utopia

Breve riflessione di Martino Ciano dopo la lettura di Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Buona lettura a chi vorrà.

In principio fu l’evocazione d’ogni forma.

Il Divino Creatore avvertì così chiaramente la nausea della permanenza, che gettò tutto nell’eterno divenire. Il costante mutamento! Che dolore, che delirante sconquasso, che poesia, che tormento. Possa il caos di nuovo inghiottire ogni cosa.

Ognuno è parte del tenero suicidio dell’ente-mutevole man mano che la necessità invoglia a ricercare. Ricerca stupida. Vana. L’unico risultato è lo scuotimento della mente, la follia della lucidità.

Non trovare mai la luce. Anche questo è un dogma.
Gli scettici s’aggrapparono alla convinzione che la verità assoluta fosse un’utopia.

Così la vita si attraversa in sospensione, accettando un bene supremo che somiglia al male. Ma anche se tutto si riducesse solo a tre piacevoli azioni, ossia, mangiare, bere e fare all’amore, nessuno si salverebbe dall’innata tentazione di essere potenza e atto. Così come gli Dei e l’Unico Dio, che non conoscono la morte, ma possono solo osservare ciò che creano, così gli uomini si affannano a produrre e a trasformare. Eppure sono destinati alla morte, anche se sono preda della volontà di vita.

Volontà di vita? Forse andrebbe chiamata istinto.

S’aggira la volontà cieca e casuale. Fa danni, è il tormento, è l’agire famelico. Che sia la coscienza solo una sostanza che ha la capacità di contemplare se stessa, negando l’oltre e gettando nella follia l’uomo convinto d’aver compreso i divini meccanismi? Se dopo Auschwitz non avremmo più dovuto scrivere poesie, perché abbiamo continuato a chiederci da dove veniamo? E l’uomo creato-non generato della stessa sostanza del Padre, a chi somiglia?

Dal soffitto della mia stanza, quella in cui mi richiudo per pochi ma intensi minuti, discende un ragno. Con la sua tela ha fatto una corda, con quella corda giungerà a mezz’aria. E come io mi avvicino, lui risale, fino a diventare invisibile al mio sguardo, ma lui è lì, in quel cielo ch’io chiamo soffitto, e io non so più riconoscerlo in quel cemento dipinto di bianco. La mia stanza non diventa senza pareti, la mia stanza è una gabbia. Chiamo il ragno, non torna; evoco il ragno, lui non c’è. Magnifica utopia, credere che ognuno, prima o poi, sarà padrone del proprio destino.

Non v’è decisione, idea, progetto, che non sia figlio di un delirio.

Tutto è forma di un’unica sostanza, anche questo testo che io consegno alla collera degli Dei.

LeggendoSi, son questi i peccati della noia

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Mi sono sdraiato sul letto. Felice. Sguardo attento, astuto, di chi vuole ingannare il tempo. Catturo una manciata di minuti dallo stormo che mi svolazza davanti agli occhi. Li conto uno a uno. Sono pochi per me e saranno pochi anche per voi. Giusto un attimo. Un istante è un adesso che non lascia traccia, una precoce eiaculazione, un sussulto di razionalità nella mente di un folle.

C’è un libro sul mio comodino, come sempre. È la fonte di salvezza per ogni pensatore che crede di poter salvare il mondo, poi si scopre barbaro e tamarro… un uomo, insomma. Metto da parte il libro. Non ho più voglia di leggere, ma di ordire tranelli contro il mondo libero, contro quello imprigionato tra le pareti della mia stanza. In un modo o nell’altro, anch’io sarò una vittima delle mie elucubrazioni.

C’è un ragno sulla parete della mia stanza.
C’è una tela di pensieri appiccicata al soffitto.

Nulla e nessuno, però, è rimasto impigliato tra le sue trame, chissà come mai. Eppure, il tempo scorre e cattura tutto, si fa beffa di un giorno come di mille anni. Neanche Dio è immune dal suo incedere. Lasciando le sue creature in balia del degrado ha accettato di morire un po’ anche lui, di non essere del tutto eterno.

Sarà per questo motivo che tanto nella vita di un Dio, quanto in quella di un uomo, ci sono molteplici resurrezioni?

Il tempo è così buono e così cattivo, un Leviatano e una Furia.

Ora mi alzo dal mio letto e sento che tutti gli attimi si sono amalgamati in una retta, il labirinto perfetto, diceva Borges. Non so perché, ma mi sento in caduta libera, come se mi fossi lanciato da un punto qualsiasi dello spazio aereo.

Voi sapete cosa succede quando un uomo si sente spaesato, confuso, inghiottito da un vacuo senso di colpa che somiglia un po’ alla noia. La noia.

Sublime per Leopardi, viziosa e perniciosa per Dio.
La noia ha partorito le mie inutili righe.
Sodoma e Gomorra di Proust era il libro sul mio comodino.