Italo Calvino. Palomar. Einaudi

Articolo a cura di Rosa Angela Papa – già pubblicato su Zona di Disagio

“Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato”.
Questa è la frase con la quale si può riassumere e racchiudere il libro Palomar di Italo Calvino. L’uomo ha sempre avuto bisogno di conoscere fino in fondo ciò che lo circonda, conoscenza che è innata e istintiva nell’uomo, ma la strada per arrivare ad essa è infinita e illimitata in quanto è riferita all’intero universo pertanto sarà sempre ipotetica o incompleta.

Il protagonista del libro è Palomar il cui nome deriva dal Monte Palomar, famoso osservatorio astronomico, dove si trova il telescopio Hale. Ed è proprio dall’osservazione che il signor Palomar comincia. Egli  osserva ciò che lo circonda cercandone l’essenza più profonda a livello esistenziale fino ad  inserirla in un contesto universale.

Palomar scruta scrupolosamente la “cosa” nei suoi più piccoli dettagli per arrivare alla completezza,  ma incontra tante difficoltà  perché la realtà, come ci insegna Hegel, non è un insieme di sostanze autonome, ma un organismo unitario.  Quest’ultimo coincide con l’infinito che è la ragione di ogni realtà.

“Contare i fili d’erba è inutile, non si arriverà mai a saperne il numero. Un prato non ha confini netti, c’è un orlo dov’è l’erba cessa di crescere ma ancora qualche filo scarso ne spunta più in là,  poi una zolla verde fitta, poi una striscia più rada: fanno ancora parte del prato o no?”…” Il prato è un insieme di erbe…”

In Palomar non mancano però elementi che fanno sorridere, come il racconto nel negozio di formaggi.

“Dietro ogni formaggio c’è un pascolo d’un diverso verde sotto un diverso cielo: prati incrostati di sale…prati profumati di aromi…Questo è un museo”.

I quesiti che pone Calvino, in maniera silenziosa e del tutto singolare, sono serissime questioni filosofiche. Per concludere affronta il tema della morte nell’ ultimo capitolo, dove essa non è vista come non esserci, ma come continua presenza.

“Se il tempo deve finire, lo si può descrivere, istante per istante-pensa Palomar,- e ogni istante, a descriverlo, si dilata tanto che non se ne vede più la fine”.

Arthur Schnitzler, un Doppio sogno che ha fatto epoca

Se la letteratura ha il compito di stravolgere il pensiero comune e soprattutto di dare al lettore, sia accanito che occasionale, altri punti di vista dai quali scrutare il mondo, allora il libro di Schnitzler risponde a queste esigenze.

Scritto nel 1926 da un medico austriaco con la passione per la letteratura, il libro narra di una coppia di coniugi, Albertine e Fridolin, che vivono una vita apparentemente normale, borghese, felice, ma piatta. La loro voglia di evadere si tramuta in sogni, in feste inquietanti che si tengono in saloni antichi dove donne e uomini mascherati praticano culti orgiastici. L’apparenza diventa realtà, i desideri nascosti si materializzano.

L’autore investiga in profondità l’animo dei protagonisti. Siamo nell’epoca della psicanalisi; le fantasie erotiche della borghesia del tempo diventano il pane quotidiano di Freud e compagni. Schnitzler ne è un degno seguace, mettendo la psicologia al servizio della letteratura. Ma la capacità di questo libro sta nel disorientare. Sogno e realtà si uniscono, impossibile distinguere l’uno dall’altra.

Fridolin è un medico. Una sera esce di casa dopo una breve discussione con la moglie. È notte. Comincia il suo cammino sospeso. Da una parte la città, dall’altra i suoi pensieri. Una discesa all’inferno; un mondo onirico, che non conosce, fa capolino dalla sua coscienza. Tutto termina in quello strano salone dove incontra qualcuno di familiare.

Il libro si legge in un paio di ore. La scrittura è fluida; appassionarvi a questo viaggio negli inferi sarà semplice come bere un bicchiere d’acqua. Però, le 114 pagine di questa favola lasceranno in voi segni profondi.

La storia, infatti, gioca con paure e istinti primordiali. Non è un caso che da questo romanzo di smarrimenti paralleli, Stanley Kubrick abbia tratto il suo Eyes wide shut.