Nadia Terranova, Come una storia d’amore, Perrone Editore

Recensione a cura di Martino Ciano

Roma, le donne, il tempo. Sono i tre elementi che accomunano i racconti di questa raccolta. Storie di assenze e di mancanze in cui gioie e sofferenze si alternano in una esaltante e mai scontata storia d’amore, che ha per cornice la Città Eterna.

La protagonista di questi brevi racconti è proprio Roma, luogo in cui il tempo si addensa e diventa materia su cui i personaggi scolpiscono con parole intime le loro esperienze. Il linguaggio usato, quindi, è privato, o meglio, non aspira a rendere “universali” delle esperienze personali, ma ha un compito ben più alto, ossia, quello di “rappresentarsi nel mondo”.

Che siano fatti appena accaduti o che siano remoti ricordi, questi racconti legano un luogo (Roma) alla dimensione storica dell’esistenza (il vissuto dei personaggi). E questo incontro-scontro, che diventa sublime, non può essere raccontato “comunemente”, ma ha bisogno di intimità e sincerità. Non è il narratore che deve rendere fruibile la propria esperienza, ma è il lettore che deve farsi “interprete”, perché anche questo è il compito della letteratura, ossia, scardinare il pregiudizio, scavalcare il muro della convenzionalità.

Come la filosofia, che non è scienza, ma incontro tra “saperi” che dialogano senza leziosità, così, in letteratura, si instaura un dialogo tra il lettore e il narratore. E proprio il narratore non può mettersi a nudo se davanti a lui incontra un lettore che non è disposto ad “ascoltare”. Pertanto, qui non si cercano giudizi o applausi, ma la parola chiede solo di essere recepita, elaborata, ricollocata.

Non tutte le storie d’amore vanno a buon fine, quindi, Roma non apparirà sempre come un luogo salvifico o materno, ma nel bene o nel male, tutto ciò che ci lega fortemente a un luogo, anche per un momento, diventa parte di noi. Ed è questo forse uno dei messaggi più forti che traspare dalle pagine del libro, ossia, tutto ciò che perdura nei nostri ricordi ci ha plasmato.

Gianfranco Calligarich, L’ultima estate in città, Bompiani

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

L’amore per la letteratura ci obbliga ad essere dei ricercatori. Purtroppo tanti piccoli capolavori sono stati seppelliti dal tempo. Di sicuro L’ultima estate in città fa parte di un tesoro sepolto che ancora aspetta di essere portato del tutto alla luce.

Questo libro è stato pubblicato nel 1973. Nel 2010 è stato riproposto da Aragno, ma è rimasto sul mercato per poco tempo. Sul finire del 2016, Bompiani gli ha ridato la gloria che merita. Dal canto mio, ho acquistato quest’opera dopo aver letto un interessante articolo di presentazione sul blog Zona di Disagio di Nicola Vacca.

Ed ecco il miracolo. Un romanzo di valore, che ha preso posto tra i miei libri preferiti, tra quelli che ricorderò e che consiglierò.

Leo e Roma, una storia di amore e di odio. Il protagonista è un settentrionale che giunge nella Città dei Papi in cerca di aria nuova. Porta con sé delle aspettative, ha voglia di esperienze esaltanti, ma ha anche bisogno di tanta pace. Così, giunge nella Capitale con una valigia contenente lo stretto necessario e con l’anima in subbuglio. Si aggira per le strade come se non avesse una meta, eppure il suo tormento è proprio quello di trovarne una. Quale? Non lo sa.

Trova lavoro come ricopiatore di articoli giornalistici, ma è poco incline ai sacrifici che gli vengono chiesti. Verrà introdotto nel mondo della televisione, ma vi resterà solo un giorno. Quell’ambiente depravato non fa proprio per lui, d’altronde deve già fare i conti con i suoi problemi, tra questi c’è l’alcol. Fatto sta che gliene arriverà uno ancora più grande: Arianna.

Arianna e Leo, una storia pericolosa per due anime fragili. Lei che ama, ma non sa chi. Lei che vorrebbe, ma non sa cosa. Lei che combatte ogni giorno contro se stessa. Così, in questa ambigua relazione, nulla si crea e nulla si distrugge, tutto è un deflagrare e un ricomporsi nello stesso punto spazio-temporale. Eppur tutto si muove. Leo sente che la vita gli sfugge via, gli eventi si susseguono e lo travolgono. Lui non si oppone a questo meschino balletto messo in scena dall’Universo, ma neanche prova a seguire il ritmo della danza, semplicemente osserva e vorrebbe che qualcuno ballasse per lui.

Proprio per questo motivo ha bisogno di evadere. Ci prova con l’alcol, seguendo l’esempio di Graziano, amico ironico e istrionico, decadente e realista, personaggio superlativo che vomita scomode realtà.

Ed ecco a voi L’ultima estate in città. Un romanzo scritto quarant’anni fa, ma ancora tanto attuale perché racconta dell’uomo e l’uomo, si sa, deve fare i conti sempre con gli stessi problemi. Leo infatti sa di essere parte di un complesso di colpa a cui non riesce a dare un nome, tanto meno un’origine. In tutto ciò, la Roma di Calligarich diventa una gabbia in cui la vita e la morte si inseguono, si azzannano, si feriscono e si leccano le ferite a vicenda. E in questo ballo nervoso, l’esistenza diventa un cammino anonimo, senza infamia e senza lode.

Ma l’autore mette in mostra anche il rapporto tra il protagonista e la città. Leo è un uomo che soffre di solitudine persino in mezzo alla folla. Lui è un antieroe che somiglia tanto a quello Straniero di cui Camus ha raccontato le gesta.

La sua unica colpa: credere che l’amore sia una soluzione.

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Lettere luterane all’Italia, quel Pasolini così profetico

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Nell’Italia dei retori e dei demagoghi parlare di Pasolini è un vizio. Esaltato, criticato, amato, odiato, c’è stato presentato in tutte le salse. Si sono usati paroloni, si sono sprecati fiumi di inchiostro, nessuno però ne ha raccolto l’eredità.

Gli unici che hanno provato ad imitarlo sono stati gli amanti del complotto, che ancora oggi provano a spiegare i mutamenti storici attraverso tesi fantasiose, dimenticando, però, che proprio Pasolini non amava ipotizzare o tessere trame senza senso, ma analizzava i fatti.

Più di Scritti Corsari amo Lettere Luterane proprio perché in questi suoi articoli analizza con dovizia la situazione italiana. E lo fa così bene, che ancora oggi le sue parole sono attuali.

Questi articoli apparvero su Il Corriere della Sera, quando ancora la carta stampata aveva un valore. Venivano pubblicati con cadenza settimanale. L’ultimo era rivolto a Italo Calvino e porta la data del 30 ottobre 1975, tre giorni prima del suo assassinio. In questi scritti coraggiosi viene preso di mira il sistema. Pasolini fa nomi e cognomi, chiede il processo dei potenti democristiani perché colpevoli del degrado della società italiana. La Dc era il male assoluto per Pasolini, i suoi corrotti dirigenti avevano prima sfruttato i dogmi clerico-fascisti, poi quelli del consumismo. Questo passaggio è importante per l’intellettuale bolognese, perché proprio gli anni ’70 hanno portato quel falso progresso sinonimo di imbruttimento e di arretramento.

Pasolini pone sotto gli occhi di tutti i germi della spersonalizzazione delle masse, della globalizzazione economica e dell’omologazione dell’individuo. Per lui i primi ad essere caduti nella trappola sono i giovani del sottoproletariato, quegli eroi delle borgate e del Mezzogiorno di Italia, che vivevano di una cultura propria, vera, ricca di simboli. Parlavano una lingua viva, un dialetto che si arricchiva ogni giorno di nuove espressioni, di parole autentiche che sapevano rappresentare la realtà. Il progresso, invece, li aveva resi sciatti, ricercatori di un benessere che era asservimento e che li collocava in una dimensione piccolo-borghese, entro cui l’unica aspirazione era la roba.

Sia ben chiaro, Pasolini era per l’emancipazione del sottoproletariato, ma questa doveva avvenire con altri mezzi. Il progresso non doveva essere solo economico, ma soprattutto umano. Per questo motivo egli sputa veleno contro la televisione e la scuola dell’obbligo, che in Italia erano mezzi nelle mani dei potenti democristiani.

Vero è che Pasolini fu sempre un intellettuale comunista, mai prenderà le distanze da un partito poco democratico, come fecero molti suoi colleghi. Forse questa è stata la sua unica pecca, ma in Lettere Luterane non mancano le frecciatine al Pci. Infatti, lo definì un partito troppo mite in alcuni momenti e sempre pronto a creare dirigenti piccolo-borghesi valutabili con il metro della roba e in preda alla febbre consumistica.

Pasolini è un mondo a sé. Va letto e riletto, scoperto e riscoperto. Va estrapolato dalla sua epoca e rivalutato in un contesto più ampio, fuori dalla storia come si fa con i profeti. Voleva l’educazione sessuale nelle scuole, chiedeva un processo al potere, anticipò con Petrolio la fine della Prima Repubblica e l’incompetenza dei futuri politici, lesse nel profondo la società italiana.

Il potere è l’unica vocazione autentica degli italiani. Penso di non aver mai letto in nessun altro intellettuale una frase così vera.