Gottfried Benn, Cervelli, Adelphi

 

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Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su L’Ottavo

Vive nel disincanto, nell’affascinante infelicità della realtà. Intorno a lui non v’è bellezza, perché essa non è di questo mondo. Si chiama Rönne. È un medico che vaga tra bordelli e cadaveri, tra la guerra e il sesso a basso costo. Sono mondi che attraversa con disinvoltura. Pian piano il suo cervello si decompone a causa di una malattia che non colpisce la carne, ma lo spirito. L’azzurro… il nostro dottore lo definisce un colore freddo; come un frammento di ghiaccio che non preannuncia la beatitudine, ma lo smalto che compare sulla pelle dei morti. Come sono cianotiche le sensazioni di Rönne; deliziose decomposizioni che aulicamente provano a difendersi dalla loro essenza… testimonianze della catastrofe.

Cervelli di Gottfried Benn esce nel 1916. Dottore-poeta, amante della dissezione dei cadaveri, l’autore tedesco crea un personaggio drogato che, rapito dalla realtà e da una visione lucida dell’umanità, si rifugia nelle allucinazioni… allucinazioni, ossia, laddove tutto assume un aspetto accettabile. Ecco apparire un mondo edulcorato, aulico, ultraterreno; ma, come detto, è solo un temporaneo rifugio nel quale Rönne si riposa e prende fiato per sfuggire a quel velo di morte che copre ogni cosa. Non c’è bellezza nel sesso delle puttane né dolcezza negli organi espiantati, anzi, tutto lascia in lui fatica e dolore… è la vita che si trascina tra Eros e Morte. E che dire della guerra, quella che mette in mostra violenza e virilità; due caratteristiche in cui ogni essere umano si compiace.

Benn è un poeta. Nelle sue prose la parola è sempre precisa rappresentazione di una intuizione. Rönne è uno straniero sbarcato nel mondo. Non so se prima di scrivere Viaggio al termine della notte, Céline abbia letto questo libro; non so se anche Bataille si sia imbattuto in quest’opera prima di comporre L’azzurro del cielo; fatto sta, che tanto vi ho trovato dei temi che vengono affrontati da questi due autori. Che sia un caso, che siano solo coincidenze? Lascio le risposte ai critici di professione. Certamente, c’è un sentire comune in queste tre opere; un legame riassumibile in una sola parola: catastrofe.

Prima la catastrofe, poi le strofe. Scrive così Benn, come a dire che non v’è poeta che non sia chiamato a imprimere nei versi la bellezza delle macerie; perché la vita si trascina tra Eros e Morte, tra grandezza e decadenza… infatti, dopo ogni tramonto resta la sensazione di essere semplicemente uomini impotenti.