Roberto Oliva. L’autocritica nella Chiesa. Emp Edizioni

Articolo di Martino Ciano

Nessuna opera può essere considerata conclusa, tantomeno quella della Chiesa che termina con la fine della storia, ossia, con l’avvento definitivo del Regno di Dio. Ma come inglobare la costante evoluzione o emancipazione della società in ciò che per sua natura dovrebbe essere “immutabile”, ovvero, Dio?

Roberto Oliva, autore di questo saggio coraggioso, risponderebbe che questo è possibile solo con l’autocritica all’interno delle istituzioni ecclesiastiche e immergendosi nel tempo, rimanendo però saldi al proprio itinerario. Infatti, come ricorda don Oliva, Gesù ha già dato tutte le risposte e si è presentato come sovvertitore del sistema.

Alla luce di questo, la fede stimola un dialogo a cui tutti possono prendere parte. Nonostante ciò, l’immagine di una chiesa intramondana che si confronta con il Mondo senza lasciarsi inquinare dai suoi vizi è e rimarrà un’utopia. Banale pensare che ciò possa accadere, perché resta comunque un’istituzione composta da uomini, quindi, rappresentata da esponenti che hanno come tutti fragilità e imperfezioni. E già questo aspetto dovrebbe aprire una luce nuova sul dialogo tra Chiesa e Mondo.

Come sottolineato in più occasioni all’interno del libro, don Oliva mette in rilievo il Concilio Vaticano II, che sessant’anni fa rivoluzionò il volto della Chiesa. Ma questa rivoluzione è davvero avvenuta? Certo che no! E proprio con questa consapevolezza, frutto dell’autocritica, don Roberto mostra tutto il suo coraggio e non perché queste parole non siano già state dette, ma perché qui, alle nostre latitudini, nella beata Riviera dei Cedri calabrese, la Chiesa è rimasta fondamentalmente ancorata a un conservatorismo dalle tinte pilatesche, che ha disgregato la società.

Di fronte a fatti locali eclatanti la Chiesa ha colpevolmente taciuto, giustificando quel silenzio con scuse aberranti, demandando al giudizio di Dio ciò che invece per sua natura va immediatamente stigmatizzato. Non è una processione che salva gli uomini, soprattutto se essa è dominata dal folklore e dall’abitudine. Il Regno di Dio non è solo nel mondo a venire, ultraterreno. Il primo gradino verso la Gerusalemme Celeste si costruisce qui, sulla Terra.

Il saggio di don Roberto Oliva è una forte autocritica alla Chiesa di cui fa parte e che invoglia anche i lontani a cimentarsi con un argomento che va condiviso e che deve anche tramutarsi in azione.

Tommaso Lisa. Memorie dal sottobosco. Exorma Editore

La vita di un insetto e la consistenza del mondo. Tutto questo lo troviamo nel libro di Tommaso Lisa. Ne parla Martino Ciano in questo articolo già pubblicato per la rivista L’Ottavo.

Che la vita non “alberghi” solo laddove la individuiamo o la captiamo è cosa nota, eppure, ci convinciamo del contrario. Spesso ci inganniamo e crediamo che la nostra specie sia l’unica “cosa vivente”, mentre intorno tutto è dominato dall’immobilismo, dal silenzio, dalla quiete. Così non è, lo sappiamo bene, ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del libro di Tommaso Lisa, amante dell’entomologia, ramo della zoologia che studia il variegato mondo degli insetti.

Eccoci qui, con questo libro che ci porta nel mondo dei coleotteri, in particolar modo del Diaperis, il coleottero dei funghi. Come un provetto Piero Angela, Lisa ci mostra questi particolari insetti, per nulla insignificanti, ma importanti per il mantenimento dell’equilibrio del Mondo; ma attraverso loro, lo scrittore cerca anche di comprendere il perché di questo “strano interesse” che lo stuzzica fin da bambino.

Tra queste pagine troveremo un Lisa divulgatore, apologeta del diritto alla vita dei coleotteri di cui si contano 350 mila diverse specie e che numericamente superano gli esseri umani; ma, soprattutto, un Lisa narratore che attraverso il titolo del suo libro chiama in causa Dostoevskij. E così come lo scrittore russo ricercava nel “sottosuolo” dei ricordi, l’origine delle sue scelte, così Lisa ritrova nel “sottobosco” una vita che silenziosamente si muove, che non fa notizia, che molte volte “viene schiacciata sotto i piedi”, che non segue le nostre regole e la nostra logica.

È un continuo dialogo quello che l’autore intrattiene con il “suo” Diaperis, quasi a voler sottolineare più una continuità “genetica” tra l’uomo e il coleottero che non una metamorfosi, perché la vita è un “corpo indivisibile”, una “sostanza” che si manifesta in forme diverse. Non ci sono isolate trasformazioni, ma vige un principio di contiguità, un’affinità logica che proprio per l’essere umano appare “illogica”.

Lasciatevi affascinare da questo libro fuori dal comune, perché sa “parlare” diverse lingue e sa mostrarci un mondo che non segue una sola “regola”

Paolo Ranalli. La natura si ribella. Giraldi editore

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata per L’Ottavo

Di tutti i discorsi che abbiamo ascoltato sul Covid19, di sicuro, il meno approfondito o preso in considerazione è stato quello sulla relazione che c’è tra virus e cambiamenti climatici. Ed è proprio questo aspetto che viene trattato da Paolo Ranalli, ricercatore nonché esperto di genetica. In questo saggio dal sapore divulgativo, tant’è che sarebbe importante una sua diffusione nelle scuole, Ranalli ci dà informazioni precise sul fenomeno Covid19, scaturito da quel passaggio del virus, che in natura avviene spesso e volentieri, da animale a uomo.

Un evento conosciuto quello dello spillover, che negli ultimi cinquant’anni, però, è stato accelerato dai continui cambiamenti che l’uomo ha apportato agli habitat naturali. Il Covid19, infatti, non è stato l’unico virus “alieno” con cui l’uomo ha dovuto fare i conti.

Così come negli ultimi anni sono aumentati i fenomeni atmosferici estremi, così i virus hanno cominciato ad aggredire maggiormente l’uomo, che non ha tenuto conto del rispetto dell’ambiente. Quello di Ranalli è un discorso molto semplice, logicamente sorretto da dati e studi scientifici: abbiamo disboscato, abbiamo distrutto la “casa” di alcune specie animali, abbiamo delocalizzato piante e colture in nome della “globalizzazione” e il risultato è sotto i nostri occhi. La Pandemia generata dal Covid19 è solo uno degli effetti di un processo che ancora non si è mostrato del tutto. Ed anche se tutto dovesse andar bene, non è detto che fenomeni analoghi non si ripetano.

Ma è possibile una inversione di tendenza?

Certo, non tutto è andato perduto, ma di sicuro bisogna cominciare a cambiare da subito alcuni modelli comportamentali, che stanno mostrando come l’uomo non sia il padrone della Terra, ma solo uno dei suoi abitanti. Il potere di trasformare, modificare e intervenire sulla natura va usato con armonia, anche perché, è proprio l’uomo l’anello debole.

Quando alcuni equilibri vengono meno, la natura sa come ridistribuire il tutto e a perderci è sempre l’umanità. Ranalli non scrive un saggio “per” o “contro” qualcuno, ma mette i puntini sulle “i” su alcuni aspetti che sono stati poco trattati, se non ignorati. Il Covid19 è solo un effetto di quei mutamenti che proprio l’uomo ha imposto, agendo su una natura che da troppi anni è stata messa a dura prova.

“Oltrepassare” ogni significato. Una recensione di Gianni Vittorio

Recensione a cura di Gianni Vittorio

Una fuga verso una nuova vita, percorrere la strada che altri hanno fatto, dimenticarsi delle proprie origini e del passato, ma tanto, prima o poi il passato ritorna sempre, ed i ricordi riaffiorano. Il nuovo libro dell’autore calabrese è una storia di fallimenti, di amori difficili e tormenti esistenziali. E lo fa con una tecnica abbastanza sperimentale, poiché la storia principale si intreccia con le riflessioni dello stesso io narrante, dando vita così ad una specie di romanzo/saggio dai contorni filosofici.

La struttura narrativa di Oltrepassare si articola attraverso due binari, da una parte il narratore, vero deus ex machina, dall’altra Emma, giovane donna sempre alla ricerca del suo ideale. Le sue vicende (che si intrecciano con quelle dello stesso narratore), ci vengono narrate tramite un diario ritrovato (il quaderno verde), appunti di una vita che attraversa ostacoli, vincoli di famiglia, e un amore complicato (Alfonso). Emma vive in una terra, quella calabrese, ostile agli stessi abitanti, un territorio che da sempre si è adagiato all’apparente benessere che le fabbriche e il lavoro hanno portato. Ma Emma non è come gli altri e cerca una via di fuga, e la trova andando via da casa. Forse la filosofia e gli studi l’aiuteranno a trovare un’ancora di salvezza?

“Ma l’essere umano non è programmato per l’amore, ma per l’incanto e l’illusione, tutte le cose che regalano incanto e illusione ci anestetizzano”. In principio fu il segno, dice Ciano, e oggi non esistono più tracce di simboli senza memoria. Nulla può essere compreso, forse la soluzione è davvero andare “oltre”, ed oltrepassare i ricordi, che sono tutto ciò che ci rimane, ma anche tutto ciò che ci uccide. Con uno stile molto personale il libro di Martino Ciano scorre lieve senza pause, e la narrazione risulta fluida nonostante il doppio canale Dio narratore/Emma, stratagemma attraverso il quale realtà ed immaginario si abbracciano alla perfezione.

E noi lettori entriamo come rapiti in un mondo che riesce ad essere nello stesso tempo realistico, ma visionario. Poiché alla fine “la vita è un sogno che la mente trasforma in realtà”.

(Oltrepassare, Martino Ciano, A&B Editrice, 2021)

Sergio Quinzio. La sconfitta di Dio. Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Zona di Disagio

Ogni critica che parte dal negativo è un atto di salvezza per la dialettica, unica strada per incamminarsi lungo nuovi percorsi. Forse, oggi, l’incapacità di trovare alternative sta proprio in questo difetto linguistico che ha assegnato alla critica il significato di rappresaglia, demonizzazione e annichilimento. Nei suoi pamphlet, Sergio Quinzio ha letto i messaggi evangelici e della Bibbia in maniera diversa, scomoda, negativa. In La sconfitta di Dio, il teologo si sofferma su quelle promesse sparse nel Libro dei libri e che non sono state mantenute.

Questo atteggiamento ha allontanato il fedele da Dio, lo ha dato in pasto alla fede della tecnica in cui l’umanità si incensa, si assolve, si distrugge e si ricrea. L’uomo è quindi il figlio deluso che trova una strada alternativa per dar forma alle promesse di eterna felicità e beatitudine; condizioni che, come dimostra Quinzio, dovevano compiersi sulla Terra e non in un Regno post mortem.

Quella di Quinzio non è una lettura arrabbiata, da fedele deluso, ma è un atteggiamento critico, di uomo che avvia un dialogo. È l’aspetto negativo che non deve allontanare, ma avvicinare; è la dialettica che manca tra sacro e profano nell’epoca post-moderna. Sono argomenti che Quinzio trattò anche in Religione e futuro, altro velenoso pamphlet del 1962 che già metteva in mostra una linea di pensiero che il filosofo avrebbe mantenuto per tutta la vita e in tutta la sua produzione.

I nuovi percorsi e i nuovi linguaggi non possono essere ricercati nei momenti di quiete. Lo spirito necessita di una continua tensione, di un costante approccio critico, per l’appunto, che non sia annichilente, ma capace di ristrutturare il pensiero. La teologia di Quinzio rifiuta la logica, ma è figlia della disperazione, del dubbio. È proprio la logica, materia prima della tecnica, la nemica della spiritualità. Nessun rinnovamento del pensiero può avvenire attraverso la ragione, ancor di più questo si avverte davanti al mistero di Dio. Un discorso che si avvicina molto a quanto sosteneva Schopenhauer, che dava forza all’intuizione,  grazie alla quale la sintesi tra oggetto e soggetto è istantanea, pura, vera.

La fede è quindi intuizione?

Bernd Mattheus, Cioran. Ritratto di uno scettico estremo, Lemma Press

 

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Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

La forza di Cioran è stata indubbiamente quella di andare oltre la filosofia, rendendola interrogativa, poetica, anarchica. Ha rifiutato ogni ideologia, ogni dottrina e ha rivolto contro di sé e gli altri il dubbio. Chi legge i suoi libri comprende anche le contraddizioni insite nel suo pensiero, proprio perché appaiono coerenti con il suo modo di vivere.

La biografia che ci consegna Mattheus è un’opera che va letta necessariamente da chi vuole approfondire l’autore romeno. In maniera dettagliata ci vengono delineate vita e sensazioni di Cioran, senza tralasciare i frammenti meno importanti della sua esistenza. Emil è ancora oggi indefinibile. Impossibile inserirlo all’interno di una scuola di pensiero. L’unica cosa della quale si è vantato: la libertà, per la quale ho patito la fame, le ristrettezze. Ho lottato per avere tutto ciò.

Cioran ha lottato per essere niente ed è questa la forza dei grandi uomini che sovrastano la storia e il continuum quotidiano. Partito dalla Romania negli anni ’30, è approdato a Parigi, città con la quale ha costruito un rapporto di amore e odio. Sicuramente, avrebbe potuto vivere dovunque e nulla sarebbe cambiato; d’altronde, i migliori momenti della sua vita li ha trascorsi in una mansarda che definiva fin troppo spaziosa. È stato sempre lontano dai salotti culturali. Tantissimi i premi che ha rifiutato; per lui, infatti, la consacrazione era un male, anzi, una umiliazione.

Cioran è sempre stato coerente? Certo che no! Alcune volte ha tradito e rinnegato il suo pensiero proprio perché si riconosceva uomo, e l’uomo è sempre contraddittorio. Umanità, ossia, cancro della Terra; suicidio, ossia, l’unica risposta coerente all’insensatezza della vita e a una nostalgia con la quale tutte le cose ci chiamano, restando nascoste dietro le pieghe dell’anima. Eppure, nonostante i suoi detrattori invitassero Cioran a farla finita per essere coerente con il suo pensiero, egli ha difeso la vita attraverso i suoi scritti. D’altronde, proprio la possibilità di poter sciogliere in qualsiasi momento i lacci con l’esistenza, mi ha dato la voglia di sopravvivere. Questa immensa libertà data agli uomini è sicuramente uno degli aspetti più intriganti della vita.

Cioran era un depresso cronico? I suoi sbalzi d’umore delineano sicuramente una persona sofferente, con molte turbe, eppure, Mattheus, sottolinea anche l’ironia e la spensieratezza del pensatore romeno, il quale sapeva giocare con il grottesco e dialogare con l’assurdo. Dopotutto, per Emil, la scrittura era terapia. La grandezza della sua “filosofia” sta proprio nella schiettezza delle impressioni non ragionate, ben sussurrate da quella voce universale che appartiene all’anima.

Cioran non si comprende se non nell’abbandono della certezza quotidiana. Bisogna abbracciare la paura e anche il dolore, accettando quello spaesamento di fronte al quale ogni uomo si trova almeno una volta al giorno. Emil non può essere etichettato; per quanto la sua prosa sia comprensibile a tutti, egli diventa ermetico per coloro i quali ancora vivono di utopia e incanto. Un tratto che ha ben evidenziato Vincenzo Fiore nella sua prefazione.

Buona lettura.

Nicola Vacca, Lettere a Cioran, Galaad

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Non provate a inserirlo in una scuola filosofica; non affibbiategli frettolosamente la comoda etichetta di intellettuale. Cioran non rientra in alcuna categoria. Lui è sempre stato un contraddittorio; un amante del frammento, dell’aforisma, dell’intuizione che sgorga dalla lucida visione della realtà.

Ce lo ricorda Nicola Vacca, che di Cioran ama ogni parola e ogni virgola. Ce lo spiega in questo libro, nel quale trovano spazio sia il suo amore personale per questo autore, che scoprì per puro caso nel 1981; sia un attento studio dell’opera del pensatore romeno, che amava definirsi apolide.

Cioran ha indagato ogni aspetto dell’animo umano; ha saputo leggere come pochi l’ansia del secolo scorso. Ha spazzato via ogni ideale e ogni utopia per bere il sacro nettare dello scetticismo.

Per lui, dubitare e negare sono le uniche azioni che rendono l’uomo libero. Nonostante sia stato definito nichilista e cinico, il pensatore romeno era amante della conoscenza e attribuiva alla ricerca il senso della vita. Ma può esistere ricerca senza dubbio? No, perché la certezza è sempre sinonimo di apatia, di noia, di gaia immobilità.

Nicola Vacca spiega proprio questi aspetti di Cioran e li rievoca in ogni pagina del suo libro. Chi vuol fare di questo pensatore un pessimista, non rende giustizia alle sue opere. Certamente, Cioran non ama la favola nella quale l’umanità viene costantemente trascinata; e tutta la sua opera squarcia il velo dell’incanto che gli uomini continuano a porre sulla realtà. Di sicuro, Cioran non è uno scrittore semplice e alla portata di tutti, perché le sue parole non salvano l’individuo, le convenzioni sociali e quella metafisica della felicità post-morte che ha relegato l’umanità a una condizione di sopravvivenza. E sebbene queste possano apparire peculiarità di un pensiero nichilista o cinico, beh, lasciatemi dire che questi aspetti rendono Cioran unico e lontano da ogni scuola di pensiero.

La bellezza del libro di Vacca sta proprio in questo: porre l’accento sul pensiero di Cioran, sull’essenza delle sue parole. Lo scrittore e poeta pugliese scruta e studia l’opera del pensatore romeno dal 1981. Quello di Vacca, infatti, è stato un colpo di fulmine che lo ha legato a questo apolide metafisico fino ad oggi.

Pertanto, Lettere a Cioran è un tributo scritto con tono confidenziale, che esce dai canoni ermeneutici, per abbracciare quelli più colloquiali. Cioran, infatti, non va spiegato, ma letto e assimilato; è così semplice nelle sue esposizioni, anche in quelle più estreme, che non c’è bisogno di ulteriori approfondimenti. Ciò che Cioran scrive, sgorga dal suo abisso, da quelle quotidiane perplessità con cui tutti noi facciamo i conti. A lui va riconosciuto il coraggio di aver saputo mettere nero su bianco ogni cosa.

A Nicola Vacca, invece, va di sicuro il merito di aver saputo scrivere un’opera che parla con amore e con lucidità di uno dei massimi pensatori del novecento. Il libro dello scrittore e poeta pugliese saprà chiarire ai lettori anche gli aspetti più controversi dell’opera di Cioran; e, cosa più importante, tra queste righe non c’è aria di intellettualismo, ma umile spirito divulgativo, perché prima di scrivere di Cioran, bisogna apprezzarlo e respirarlo. Proprio per questo motivo, Vacca inizia questo libro raccontando della sua visita alla tomba del pesatore romeno, sita al cimitero Montparnasse di Parigi, avvenuta il 28 novembre 2014.