Pietro Romano. Case Sepolte. I Quaderni del Bardo

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su L’Ottavo

Le Case sepolte di Pietro Romano sono edifici sprofondati negli abissi dell’anima su cui si sono depositati strati e strati di terra. Sono abitazioni nascoste da frane emotive. Nelle loro stanze non si trovano detriti, sugli oggetti non v’è polvere, tra gli arredi dormono serenamente i ricordi.

Il lettore sarà quindi come un archeologo, che dopo aver tanto scavato dovrà anche avere il coraggio di esplorare ogni stanza e di ricostruire i momenti di coloro che vi hanno vissuto. Ed è per questo motivo che quella di Romano non è solo poesia, ma un dialogo incessante con il suo lettore. Proprio a lui viene dato il compito di interpretare i versi, di amalgamarli con le proprie emozioni, con l’esperienza.

Tra queste pagine non vi sono poesie, ma frammenti, a volte brevi aforismi, che si intrecciano in maniera enigmatica. Non c’è un poeta che scrive e un lettore che passivamente assimila, ma un tu che diventa io e un me che si spersonalizza. Per fortuna, l’unica vittima di questo sprofondamento è l’ego. Nessun concetto cerca l’approvazione del lettore, ma spinge a un’interpretazione che trasforma la parola in rivelazione.

Case sepolte è un’opera ermetica che se da una parte chiede rispetto, dall’altra non elemosina comprensione. Siamo di fronte a un esperimento letterario che va attraversato con coraggio e con audacia. Nessun componimento è slegato dall’altro, ma ogni verso è saldato a quella che potremmo definire un’unica prosa poetica.

Così, il lettore-archeologo che avrà il coraggio di immergersi tra queste pagine, ritroverà qualcosa di sé e delle sue radici, una parte del mondo che ha abitato e gran parte dei luoghi dai quali è fuggito prima che la catastrofe piombasse sulla sua dimora. Non c’è altro modo per leggere l’opera di Romano se non con gli occhi dell’anima, sospendendo ogni giudizio, ricavando dai versi un dubbio che apra a nuovi mondi, piuttosto che sperare in una risposta.

Rosario Palazzolo. La vita schifa. Arkadia

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Il Suddiario

La vita schifa è la confessione di un ex killer in cui più che il pentimento spicca la necessità di comprendere come si sia giunti a determinate scelte. Ernesto Scossa, protagonista di questo racconto catartico, non ha paura di andare al cuore delle cose e, soprattutto, lo fa a modo suo, mettendo a nudo il suo pensiero senza perdersi in sterili elucubrazioni. Il risultato è una prosa maccheronica, ironica e con tutti gli errori interpretativi del caso.

Scossa, infatti, parla la lingua del popolo, dell’animale emarginato che deve adattarsi a un ambiente e che non può fare a meno di scendere a compromessi. Stipendiato dai boss e rispettoso delle regole della malavita, Ernesto deve per forza abbandonare la terra, grazie alla quale trovava la sua dimensione, e accantonare quel senso di riscatto sociale che lo portava a leggere anche qualche libro. Nonostante tutto, l’amore viene in suo soccorso, perché davanti a una creatura come Katia, donna ideale che Ernesto da sempre cercava, anche la saggezza di rango e la legge del clan vanno a farsi benedire.

Pertanto, l’amore diventa una funzione del linguaggio che ammalia e che è capace di redimere. Sia ben chiaro, Palazzolo non cade in sdolcinati stereotipi o nelle solite formule che hanno lo scopo di conquistare il consenso di un certo tipo di pubblico. Scossa, infatti, è e resta un uomo in cammino che ha un pessimo rapporto con il mondo, e non perché sia cattivo o burbero, ma perché è ingenuo, malleabile e incapace di ribellarsi alla logica dell’appartenenza anche quando si rende conto di essere un diverso.

Tutti questi elementi rendono il romanzo di Palazzolo un libro ironico. Ernesto, infatti, fa pur non volendo, agisce ma non pensa, e quando pensa non può più tornare indietro. L’amore, quindi, lo rende lucido, lo sveglia dalla sua comfort zone, e proprio nel momento in cui deciderà di cambiar strada, si renderà conto di quanto è stato ingenuo.

Ma è giusto ribadire che a rendere speciale il libro di Palazzolo è il linguaggio usato dallo scrittore palermitano. Infatti, la confessione di Ernesto è il discorso di chi ha vissuto di esperienze contrastanti; è la parola di chi sa che la strada inganna, incanta e solo alcune volte salva; è la ribellione di chi non vuole sempre capire ciò che lo circonda; è la maledetta convinzione dei troppi che non tutti gli uomini contribuiscano a fare la storia.

Goliarda Sapienza. Una “gioia” di cui ancora ignoriamo la forza

Recensione a cura di Martino Ciano

Impossibile non scrivere di un libro così penetrante, rimasto nascosto per tanto tempo, rifiutato dalle grandi case editrici fino alla fine del secolo scorso, scritto da un’autrice italiana che ha saputo parlare senza veli della femminilità. Difficile credere che un’opera così sia stata quasi messa al bando prima ancora di fare la sua comparsa in Italia, mentre all’estero le case editrici hanno fatto a gara per accaparrarselo.

Insomma, L’arte della gioia è un libro che ancora profuma di “riscatto”, perché a parlare è una donna che non vuole censurarsi, che incarna pienamente il suo ruolo, che vuole esprimersi liberamente. E sebbene questi temi possano apparire superati, soprattutto oggi, la protagonista di questo romanzo è davvero una donna emancipata che mai apparirà come oggetto del piacere, ma sempre come soggetto. È una persona che vive al di là delle regole e delle convenzioni. Lei non è figlia di una rivoluzione culturale, ma è espressione della sua volontà.

L’arte della gioia ha come protagonista Modesta, nata l’uno gennaio del 1900 in Sicilia. Una donna nata povera, ma che diventerà principessa. Eppure, la sua scalata non sarà frutto di chissà quale sotterfugio, tantomeno sarà guidata dalla brama di potere; semplicemente, Modesta è curiosa, audace, ma anche amante dello studio e grazie a esso il suo destino cambierà. Si innamorerà delle parole e come tutti coloro che penetrano nel linguaggio, comprenderà da subito che ogni parola ha più significati e che ognuno di esso va instillato con cura nel cuore degli uomini. In questo modo ogni dialogo diventerà momento di emancipazione e vero confronto.

Ma Modesta ha anche un altro merito, quello di non vergognarsi del proprio corpo e della propria sensualità. Anzi, riconosce a sé stessa che anche la sessualità è una lingua che va imparata, che va usata bene e che si può assimilare solo parlandola. Ed è qui la forza del libro, rendere la sessualità un elemento naturale. Direte voi: cosa c’è di tanto speciale? Be’, guardatevi intorno e datevi una risposta.

Ed è proprio in base a questa naturalezza che Modesta non potrà essere definita immorale. Nella sua capacità di sedurre uomini e donne, di godere nel rapporto con ambo i sessi, c’è quella voglia di essere un soggetto che si rapporta con la vita nella sua totalità. Il piacere non ha genere, soprattutto quando l’identità è solo un’artificiosa creazione, una convenzione.

Ma L’arte della gioia è anche un libro che attraversa gli anni più bui della storia d’Italia e la siciliana Goliarda, attraverso la sua Modesta, ci dà un quadro completo di quella guerra tra ideali che, in alcuni passaggi, risveglierà in noi la nostalgia per un periodo che, seppur tragico e di cui nessuno si augura il ritorno, imponeva delle scelte.

Ed è così che L’arte della gioia è un romanzo ricco di spunti di riflessione, che non fa sconti, che sa essere crudo, profondo, atroce, dolce. È uno di quei romanzi che mette in mostra una scrittura che vuole indagare, che non si accontenta, che si addentra con coraggio nell’ombrosità degli istinti.