Tommaso Lisa. Memorie dal sottobosco. Exorma Editore

La vita di un insetto e la consistenza del mondo. Tutto questo lo troviamo nel libro di Tommaso Lisa. Ne parla Martino Ciano in questo articolo già pubblicato per la rivista L’Ottavo.

Che la vita non “alberghi” solo laddove la individuiamo o la captiamo è cosa nota, eppure, ci convinciamo del contrario. Spesso ci inganniamo e crediamo che la nostra specie sia l’unica “cosa vivente”, mentre intorno tutto è dominato dall’immobilismo, dal silenzio, dalla quiete. Così non è, lo sappiamo bene, ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del libro di Tommaso Lisa, amante dell’entomologia, ramo della zoologia che studia il variegato mondo degli insetti.

Eccoci qui, con questo libro che ci porta nel mondo dei coleotteri, in particolar modo del Diaperis, il coleottero dei funghi. Come un provetto Piero Angela, Lisa ci mostra questi particolari insetti, per nulla insignificanti, ma importanti per il mantenimento dell’equilibrio del Mondo; ma attraverso loro, lo scrittore cerca anche di comprendere il perché di questo “strano interesse” che lo stuzzica fin da bambino.

Tra queste pagine troveremo un Lisa divulgatore, apologeta del diritto alla vita dei coleotteri di cui si contano 350 mila diverse specie e che numericamente superano gli esseri umani; ma, soprattutto, un Lisa narratore che attraverso il titolo del suo libro chiama in causa Dostoevskij. E così come lo scrittore russo ricercava nel “sottosuolo” dei ricordi, l’origine delle sue scelte, così Lisa ritrova nel “sottobosco” una vita che silenziosamente si muove, che non fa notizia, che molte volte “viene schiacciata sotto i piedi”, che non segue le nostre regole e la nostra logica.

È un continuo dialogo quello che l’autore intrattiene con il “suo” Diaperis, quasi a voler sottolineare più una continuità “genetica” tra l’uomo e il coleottero che non una metamorfosi, perché la vita è un “corpo indivisibile”, una “sostanza” che si manifesta in forme diverse. Non ci sono isolate trasformazioni, ma vige un principio di contiguità, un’affinità logica che proprio per l’essere umano appare “illogica”.

Lasciatevi affascinare da questo libro fuori dal comune, perché sa “parlare” diverse lingue e sa mostrarci un mondo che non segue una sola “regola”

Ezio Sinigaglia. Fifty-Fifty, Warum e le avventure Conerotiche. TerraRossa edizioni

L’ambivalenza dell’amore e le sperimentazioni letterarie di Ezio Sinigaglia. Ne parla Martino Ciano nella sua recensione, già pubblicata su Gli amanti dei libri. Buona lettura.

Non sbaglia neanche questa volta Sinigaglia, mettendo in mostra quella sua vena sperimentale capace di unire “lingue” e “stili”, alleggerendo i turbamenti dell’animo umano con quel piglio ironico che risolve ogni problema. E se proprio non saremo seppelliti del tutto da una risata, quanto meno riflettere sarà meno amaro. Sinigaglia ci parla dell’amore, della storia tormentata di Aram e Fifì, ossia, un uomo che insegue e uno che si concede solo a metà. Ma perché dovremmo considerare questo aspetto una tragedia?

D’altronde, se solo una metà di Fifì si abbandona senza remore all’amante, allora bisogna capire perché l’altra non si lascia acciuffare. Ma come può avvenire questo? Semplicemente, riscoprendo l’ambivalenza dell’amore che contemporaneamente si mostra bello e brutto, violento e dolce, gioioso e doloroso.

Ma se guardiamo tutto da questa prospettiva, allora è anche possibile che Fifì non sia poi così “diviso” come sembra, ma vive fuori dal giudizio e dal pregiudizio, inventando una nuova dialettica. Come sempre lasciamo ai lettori l’ardua sentenza.

Intorno alla storia di Aram, anche detto Warum, il quale veste i panni del narratore, e Fifì, ruotano altri personaggi dai nomi che richiamano alla mente simboli  contemporanei e ancestrali. E in questo circolo si incastrano i ricordi del narratore che ricerca un senso alle sue pene, ma non riesce a trovarlo, anzi, ingarbuglia ancora di più le cose. E più tenta di capire, più sprofonda nell’inconcludenza, perché a trovare la “morale della favola” a tutti i costi si rischia sempre di fare una brutta figura, oppure, di accontentarsi della versione che fa più comodo.

Un avvertimento al lettore è doveroso: questo di Sinigaglia non è un libro semplice. È denso di giochi linguistici, di concetti velati dietro i nomi dei personaggi. È lo stile che fa la differenza, che non appesantisce la lettura, che nasconde perfettamente l’erudizione. A molti non scapperanno quei giochi semantici alla Queneau. E il colpo di genio sta qui: tutto si trasforma in quel mito in cui l’amore nasce sempre dall’incontro tra “povertà” e “opportunità”, ma cosa sia davvero ancora nessuno lo sa.

Può darsi anche che Eros sia proprio Fifì.

Sinigaglia stupisce e non poco con il suo stile, consegnando al pubblico un romanzo che va letto con calma, con il sorriso sulle labbra e brindando a una coraggiosa sperimentazione.

Giorgio Manganelli, Discorso dell’ombra e dello stemma, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Esce per la prima volta nel 1982; fa a pezzi la letteratura; per queste pagine, scrittori e lettori sono solo dei dementi.

Giorgio Manganelli, classe 1922, ci ha lasciati nel 1990; è uno dei massimi esponenti dell’avanguardia, ma è anche un ottimo critico letterario, che però non è troppo tenero nei confronti dei suoi colleghi e di se stesso. Non si pone sul piedistallo, anzi, anche lui scende nell’ombra e negli inferi. D’altronde, proprio l’ombra è l’area in cui agisce la letteratura.

Questo libro è particolare proprio perché non ha un significato; o meglio, questo significato non si rivela subito, bensì, va cercato in quel non senso o non letteratura, che è anche la densa materia di cui questo libro è composto. Manganelli, in fondo, indaga proprio sul doppio senso della parola, partendo da quella parte in ombra, in cui ogni significato si annulla.

Per lui, la letteratura è una grande menzogna, creata ad arte da ignari bugiardi, ossia, gli scrittori. Ignari, perché credono di possedere le parole, mentre non sanno di essere posseduti da questi stemmi che traggono il loro nutrimento dall’ombra. Chi è quindi l’oscuro mentore? Per Manganelli è Dioniso, quel dio che guardandosi allo specchio, non vede il suo riflesso, bensì, il mondo e gli uomini. Le sue proiezioni formano la realtà. Ma una realtà che è frutto di un riflesso non ha nulla a che fare con la verità.

Pertanto, ecco la letteratura; ovvero, un miraggio che si fonda su parole dai significati cangianti. Significati che si intrecciano nel mito. Mito nel quale si crea il non senso. In questo gioco al massacro, lettori e scrittori si inseguono. Entrambi credono di esistere in ciò che leggono o che scrivono; invece, non sanno di essere governati da una menzogna, da un’indefinibile serie di significati che si annullano a vicenda.

Manganelli ne ha per tutti; non risparmia nessuno. Non se la prende solo con i lettori e con gli scrittori, ma anche con gli editori e i critici, che definisce fieri rappresentanti della decadenza culturale. Preferisce andare a ritroso, quando il mondo non sentiva il bisogno della letteratura; quando non esisteva la scrittura; quando l’uomo era indifferente. Eppure, proprio a causa di quella tenace indifferenza, durata per milioni di anni, nacquero i presupposti per la letteratura.

Un libro controverso, ironico, tagliente; elegante, come richiede la menzogna. Così, quest’opera ripresa da Adelphi richiama alla nostra mente qualcosa di oscuro; che è in noi. Risvegliando quell’ombra in cui tutto si nasconde e si camuffa. Forse lì risiede anche la nostra verità… scritta su pagine che mai nessuno leggerà.