La Spigolatrice che «destò estremo schiamazzo»

Articolo di Roberta Manfredi

Nel 1606, Roma conobbe “La morte della Vergine”, ammiratissima tela del Caravaggio oggi conservata al Louvre. Va precisato che, a quella data, la reazione dell’opinione pubblica (all’epoca coincidente unicamente con le classi sociali più elevate che detenevano il potere) fu tutt’altro che ammirata: ma perché un artista che aveva già destato scandalo con la “Madonna dei Palafrenieri” e con la prima versione del “San Matteo e l’angelo” aveva rappresentato con così esplicito appiglio terreno e crudo realismo uno dei momenti più sacri del Nuovo testamento, arrivando a ritrarre dal vero addirittura un cadavere?

La risposta è presto data: era questo che voleva fare Caravaggio, rappresentare la vita con crudo realismo così come la poteva vedere.

L’autore innesta la propria attività in un periodo di forte rinnovamento in cui in molti guardano a nuovi stili e nuovi soggetti; grazie ad Annibale Carracci e al suo “Mangiafagioli” irrompe – si potrebbe dire prepotentemente – sulla scena l’arte di genere, che si occupa di immortalare attività quotidiane con protagonisti, spesso e volentieri, attinti dai ceti sociali più umili, effigiati così come apparivano, senza il minimo tentativo di abbellimento, realistici in tutto e per tutto; dal vero, appunto.

È questo il saldo appiglio del Realismo che si sviluppò in Europa alla metà del XIX secolo «concretizzandosi in una rappresentazione veridica e non emendata della realtà, nella scelta di soggetti eterogenei e “popolari”, non discriminati per la loro eventuale indegnità o bruttezza, e in uno stile volutamente disadorno» (C. Bertelli); a questo stile aderì anche Millet, autore, tra gli altri, de “Le spigolatrici” (manco a dirlo datato proprio al 1857) che tanto in auge è tornato in questi giorni. La sua intenzione, per dirla con Bertelli, era chiaramente quella di dipingere «la vita contadina in toni non idilliaci, soffermandosi sulla rappresentazione delle fatiche che essa comporta».

E veniamo al 2021, quando a «destare estremo schiamazzo» – per riprendere l’accusa di Baglione ad una delle opere più belle del Caravaggio: “La Madonna dei pellegrini” – è la statua di Sapri, raffigurante la giovane spigolatrice mercantiniana che assistette allo sbarco di Pisacane e dei suoi Trecento nel pieno del Risorgimento.

L’opera dell’artista Emanuele Stifano è stata, in questi giorni, oggetto di polemiche che sono rimbalzate da una parte all’altra dell’etere, portando nella città del Golfo di Policastro, numerose troupe televisive nazionali, fino ad echeggiare anche all’estero. Ci si è chiesti per quale ragione una scultura che doveva essere rappresentativa di una vicenda che tanto interessa la storia d’Italia non sia stata resa con il realismo proprio di Millet, ma la risposta perviene osservando l’opera nel suo complesso: appartiene a un filone artistico diverso.

Osservando la statua bronzea, non possono non tornare in mente modelli classici e neoclassici a cominciare proprio dalla “Venere Callipigia” conservata al MANN, di cui la Spigolatrice riprende in maniera alquanto evidente la posa e la torsione del busto e della testa.

L’intuizione di Stifano, sta qui nel fatto che la rotazione del busto della Spigolatrice procede nel senso opposto rispetto a quella impressa al vestito dal vento che proviene dal mare alle sue spalle, rimarcando così il forte senso di movimento e rendendo perciò la figura estremamente viva.

Al vorticoso panneggio sul davanti, corrisponde, sul retro, l’effetto bagnato fidiaco che già si poteva ammirare sul frontone orientale del Partenone nel V secolo a.C.; qui è rappresentata l’alba di una nuova era, quella del giorno della nascita di Atena che di fatto avrebbe introdotto nel mondo sapienza e saggezza: l’evento è salutato da svariate divinità tra cui la stessa Afrodite, rappresentata accanto a Hestia e Dione: patrona del focolare l’una, del cielo e del mare l’altra.

Lo stesso Fidia si premura di imprimere alle effigi delle tre dee un forte senso di movimento tanto più «sottolineato dalle pieghe delle vesti, che sembrano avvitarsi lungo le gambe e i busti fino alle spalle nude e, soprattutto, dalla consistenza velata del panneggio stesso che, aderendo perfettamente ai corpi sodi e armoniosi delle dee, ne mostra la fine anatomia con l’effetto che è stato felicemente definito di “stoffa bagnata”» (G. Cricco, F.P. Di Teodoro).

Effetto che è stato magistralmente ripreso nel tempo e che possiamo riscontrare tra gli altri nella “Nike di Samotracia” rinvenuta nel 1863 e oggi conservata al Louvre e nella “Ebe” canoviana; proprio in relazione allo scultore di Possagno, illustre esponente del nostro Neoclassicismo, bisogna tenere presenti i dettami che Winckelmann impartiva per le opere di questo movimento artistico sorto nel XVIII secolo, dopo attenta osservazione di quelle appunto classiche: esse dovevano esprimere nobile semplicità e quieta grandezza, per cui non dovevano essere mai rappresentate nel momento topico dell’evento tragico e delle proprie passioni, ma sempre negli attimi immediatamente antecedenti o successivi.

È quanto avviene per la Spigolatrice, che di lì a pochi attimi si troverà ad andare incontro ai Trecento e a stringere le mani al loro «bel capitano» lasciando trasparire per quest’ultimo anche un certo invaghimento, però è gelata per sempre, dal sapiente estro di Stifano, nell’attimo precedente, quando il vento che si solleva e le scuote l’abito non è soltanto fisico, ma anche simbolico e rende concreto e vivido il cambiamento che Pisacane e compagni stanno venendo a portare su suolo saprese.

La torsione del busto, le sopracciglia inarcate, persino la bocca che già inizia a dischiudersi, con quella piega laterale che un po’ riporta al sorriso arcaico delle prime korai greche, ci parlano di curiosità e sorpresa; la stessa che spinge la mano destra sul cuore, con un atteggiamento che ci è tipico durante l’ascolto dell’inno nazionale e che qui non può non sapere di patriottismo e soprattutto di scoperta di un moto dell’animo fino a questo momento ignoto alla giovane: un’improvvisa e irrefrenabile tensione alla libertà.

Nella sua lirica Mercantini ne fa l’unica in grado di comprendere il messaggio di uguaglianza portato dai Trecento; nella sua scultura Stifano preserva tutto questo, ma mette in risalto anche la fierezza delle sue origini: la giovane figlia della Magna Grecia, l’erede di Afrodite «la dea dal dolce sorriso», «dagli occhi folgoranti di bellezza», che «bello ha tutto il corpo» (Treccani), in procinto di salutare per sempre il suo Adone giovane e forte. L’erede di Afrodite «colei che è nata dalla schiuma» del mare, perché è proprio in questo momento che la Spigolatrice nasce ed inizia ad esistere come individuo libero: quando il vento le scuote l’abito e la schiuma del mare le porta, a bordo di un piroscafo dirottato, i Trecento di cui seguirà le gesta.

La narratrice interna evocata dalla fantasia di Mercantini per consegnare Pisacane e i suoi uomini alla leggenda e non solo alla storia, che nella poesia osserva sempre un po’ da lontano il consumarsi dell’azione, è qui unica e sola protagonista, in una rappresentazione che esalta, piuttosto che svilire, la figura femminile.

Incarnando pienamente il concetto di kalokagathia, ossia di perfezione fisica cui deve corrispondere una perfezione morale, che nell’antica Grecia era esclusivo appannaggio maschile, la Spigolatrice accostata ad Afrodite è circonfusa di quell’aura semidivina che spetta agli eroi e se ne sta lì, silente, in attesa, già sentendo nascere la fiamma della rivoluzione, già percependo sulle proprie carni il vento del cambiamento, ricordandoci di come la nostra coscienza debba svegliarsi contro tutti i soprusi di qualsiasi epoca.

Perché dunque Stifano decide di non rappresentare la Spigolatrice con la veridicità di Millet? Perché lui è alla leggenda che deve guardare.

Ad appena un mese dagli eventi di Sanza, quando la sua opera fu pubblicata sul quotidiano genovese “Il Movimento”, Mercantini non poteva conoscere esattamente la storia così come si era svolta, addirittura sbaglia di circa un centinaio il numero delle persone che erano con Pisacane, e per questo idealizza andando a inserirsi perfettamente in quella «grande illusione collettiva e popolare che l’intero Risorgimento non fosse altro che una specie di grande melodramma, rappresentato sul teatro della storia, con una serie di personaggi del tutto tradizionali, per i quali era bello cantare e morire sulla scena: gli eroi indomiti, gli esuli ed i martiri, quelli che pagavano di persona (Garibaldi, Mazzini, Menotti, Pisacane), i re buoni e quelli inetti e tiranni (Carlo Alberto e Vittorio Emanuele, Francischiello e “Cecco Beppe”), gli astuti politicanti (Cavour), i “cori” (i Mille, i Trecento di Sapri), le donne e gli amori (Anita, la spigolatrice di Sapri)» (Carlo Vecce). Un melodramma per cui sembra più che mai valida l’aspirazione, ancora una volta tutta greca, di trovare massima gloria nel perire giovani in battaglia; destino che attenderà anche Pisacane, reinventato, lui per primo, nell’aura sacrale del mito.

Ed eccola lì, sfiorata dalla brezza di una storia e di un retaggio culturale che continueranno a passarle addosso, la Spigolatrice di Sapri: personaggio letterario, e forse a priori già un po’ mitologico; non Afrodite, ma Musa ispiratrice di arti; Diva invocata dal poeta, come già fece Omero, per cantare le gesta del «bel capitano» «con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro». A noi non resta altro che stare ad ascoltare.

«Cantami, o Diva»…

Il segno più che la trama

Recensione di Stefano Cazzato al romanzo “Oltrepassare” di Martino Ciano. Buona lettura.

Le avvisaglie non mancano sin dalle prime righe; gli indizi del fatto che tra poco ci sposteremo in uno spazio mistico, di estasi, di visioni, di sogni, di rivelazioni. Ma il narratore, prima di introdurci in questo mondo, ci porta dentro i risvolti di una storia, anzi di varie storie che si intrecciano, per poi riprendere saldamente in mano la tensione verso l’altro, verso l’oltre.

Inequivocabile il tono salmodico delle pagine 57,8: “Maràna tha, vieni Signore, Dio tormentato che hai creato figli imperfetti in cerca di perfezione gettati sulla Terra per bagnarsi delle lacrime versate dal tempo …

Si procede con La nube della non conoscenza, “i discorsi dell’anima”, il richiamo di Gorgia (e di Wittgenstein) all’inconoscibilità dell’essere, un’epifania indecente, la dissoluzione della logica, sia quella del reale che quella del racconto: qui ciò che è irrazionale è tremendamente reale.

Infine l’attesa, la possibilità, di una catastrofe che, come nell’Angelus Novus di Benjamin, potrebbe spalancare un tempo nuovo: la fabbrica dei veleni e della morte che esplode è una cesura della storia, forse un cambio di passo.

Non cercate subito la trama, ma la lingua, il segno, la parola, l’annuncio, in questo libro complesso, in questo romanzo-non romanzo che è anche un affresco sociologico, un conte philosophique, un libro di memorie, il bilancio doloroso di più generazioni (di padri e di figli) e disastroso di una terra: la Calabria.

Controcanti. Quando il politicamente scorretto diventa pensiero attivo

Recensione di Martino Ciano al libro di Gianfrancesco Caputo, “Controcanti. Interventi scorretti dal terzo millennio”, edito da L’ArgoLibro edizioni.

I “controcanti” di Gianfrancesco Caputo sono schegge di una critica volontaria che non si nasconde mai dietro la maschera del pourparler. Non sono opinioni che scaturiscono dal malpancismo riottoso, ma intuizioni che nascono dalla lettura dei grandi pensatori del passato. I profeti della sciagura post-moderna non erano pessimisti per hobby, ma si affidavano alla lettura dei segni. Ogni cambiamento si palesa in piccole tracce che si manifestano nel tempo e nello spazio, in gesti chiari che sanno mutare il proprio significato grazie all’incapacità dei molti di recepire la primaria informazione contenuta in essi.

La materia dei brevi saggi raccolti nel libro di Gianfrancesco Caputo è la caduta dell’Occidente nel pensiero unico e debole. La prima constatazione da fare è che allo sfacelo si è arrivati con la partecipazione di tutti. A guidare la fine di ogni immutabile è stata l’indifferenza, a cui si è aggiunta la mancanza di coraggio. Non è stata una tendenza dettata solo dal potere dominante, ma una volontà comune che ha trovato nel menefreghismo il miglior alleato.

Nonostante i suoi mezzi, il potere non è mai qualcosa che vive al di sopra della società, ma che ha sempre bisogno del consenso e dell’approvazione della maggioranza. Una scelta collettiva è tale anche quando non viene chiesto un parere. Indifferenza e silenzio creano sempre il terreno fertile ai mutamenti. Caputo chiama in causa filosofi, scrittori, pensatori, teologi; mette tutti intorno a un tavolo e con loro discute, pone domande sulle loro opere, chiede consiglio. Influenzato dalla scomodità dei loro messaggi, lo scrittore campano non si lascia trasportare dal sentimentalismo, ma si fa lucido interprete delle loro idee.

Altro elemento importante, la critica di Caputo nasce dall’esperienza. Il suo pensiero non è frutto di un’analisi astratta che si muove per dogmi inculcati a suon di propaganda, ma è il risultato della ricerca e della vita vissuta e catturata nel proprio ambiente. Con uno stile votato alla divulgazione, Caputo non impone al lettore una strada, ma lo invita a guardarsi intorno e a non fidarsi di quell’unica direzione che la ricerca della felicità e il progresso impongono con un sorriso bonario.

Oriana Fallaci. La vita è una guerra ripetuta ogni giorno. Rizzoli

Articolo di Rosa Angela Papa già pubblicato per Zona di Disagio

Sin dall’antichità l’uomo ha usato la guerra, in nome di Dio, di dottrine, ideologie, scopi politici ed economici per trovare soluzioni veloci e risolutive, ma come diceva il teologo Michele Serveto “Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, ma uccidere un uomo”.

La guerra non può e non deve essere un mezzo per trovare la soluzione.
Oriana Fallaci, giornalista, scrittrice e attivista italiana, è la voce della libertà e della verità e in questo libro la sua voce diventa un urlo, un’esortazione a riconoscere il fanatismo islamico per mettere in guardia l’Occidente.
“Ho visto libertà ferite, anzi assassinate, in nome di quelle libertà. Ho visto apostoli della libertà trasformarsi in carnefici della libertà, in nome di quella libertà “.

L’autrice del libro aveva solo quattordici anni quando, per seguire il padre nel 1943, entra nella Resistenza come staffetta e quando finisce ne esce come soldato semplice.

“In quegli anni imparai a odiare la guerra…a comprenderne la illogicità, la imbecillità, la follia.”

Un odio, quello verso la guerra, nato troppo presto tanto da rendere il ricordo dell’infanzia e dell’adolescenza cupa. Ma a differenza di chi faceva la guerra per attaccare, Oriana faceva la guerra per difendersi.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Oriana ha l’occasione di trovarsi in prima linea entrando a Budapest per raccontare e descrivere la rivolta del 1956, ma al confine viene fermata dai carri armati sovietici. “Io volevo solo raccontare la guerra a chi non la conosce “, mail suo sogno viene interrotto e “La libertà è un sogno. …Però guai a non rincorrerlo”.

Oriana fa del dubbio che l’attanaglia una risorsa, lei vuole capire, soprattutto vuole sapere cosa pensa un uomo quando uccide un uomo che non conosce.
Così, armata di coraggio, caparbietà e tenacia, parte per il Vietnam dove conosce i fedayn in lotta contro l’occupazione di Israele. Ella entra nel conflitto mettendo a repentaglio la sua vita pur di comprendere le ragioni della Storia.

Nel 1971 Oriana è testimone di una guerra tra India e Pakistan, una guerra breve e ipocrita e nel 1973 si reca in Grecia per intervistare Alessandro Panagulis appena scarcerato, ma tra i due nasce un forte intesa, da quel momento non si staccarono nemmeno una volta, ella le stette accanto fino alla morte.

Panagulis, politico rivoluzionario, noto come Alekos fu assassinato perché cercava la verità e la trovò! Egli è “L’eroe che si batte da solo per la libertà e la verità, senza arrendersi mai e per questo muore ucciso da tutti: dai padroni e dai servi, dai violenti e dagli indifferenti”.

Nel 1982 in seguito al massacro di Sabra e Chatila, Oriana scriverà senza remore delle donne violentate e sodomizzate, un evento questo che le dà l’occasione per denunciare nuovamente il suo odio per la guerra e per schierarsi dalla parte dei più deboli.

E poi sarà la volta della Guerra del Golfo da dove la “giusta guerriera” fa ritorno con i polmoni danneggiati dalla nuvola nera causata dallo sprigionamento dei pozzi di petrolio. In un’intervista a Pino Scaccia dichiara che il cancro che l’ha colpita fu causato dall’oro nero.

La cronista sosteneva che il cancro non è una malattia inguaribile e che bisogna parlarne liberamente e serenamente anche per esorcizzarlo.

Per Oriana ogni giorno è quello giusto per combattere, ha combattuto per difendere la libertà, la vita dalla malattia, l’amore, la rettitudine, la giustizia, la libertà di parola, la libertà di scrivere e la libertà di essere se stessa.

Dopo la sua scomparsa, nel 2006 in seguito alle vignette di Maometto, Oriana lancia la sua ultima sfida: ” Io vi combatterò sempre, anche da morta“.

Un libro da conoscere “ La vita è una guerra ripetuta ogni giorno” perché è attuale e adattabile a tanti eventi e situazioni della nostra vita.

Il corpo di Oriana Fallaci si è spento, ma ha lasciato parole incisive con la sua penna, ci ha lasciato un focolare ancora acceso dal quale possiamo attingere coraggio e forza. Buona lettura.

Marilù Oliva. Biancaneve nel novecento. Solferino

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Facciamo nostra la storia del “secolo breve”, quel Novecento così pieno di dolore e di cambiamenti, di scoperte e di avanguardie, di bombe e di terrore. Ancora una volta Marilù Oliva fa della letteratura un’arma di divulgazione, di interpretazione, che va dal particolare all’immanente, dall’evanescente al concreto. Nel mezzo di un caos impossibile da riordinare, in cui ogni evento appare come avulso dalla consequenzialità del tempo, c’è la storia di una famiglia che vive nella periferia bolognese, composta da Giovanni, padre affascinante, generoso, ma che ha fallito gran parte dei propri obiettivi;

da Candi, madre divorata dall’alcol e dall’irrequietezza e dalla loro unica figlia Bianca, che cerca nelle favole una via di fuga, fin quando non cadrà nel vortice dell’autodistruzione.

Alla base di tutto, l’impossibilità della figlia di ricucire quel rapporto con la madre che, a sua volta, deve far riferimento al suo passato. E poi c’è una storia che affonda le sue radici nel bordello del campo di concentramento di Buchenwald, dominata dalla figura di Lili, che sopravvive alla violenza. Ed eccoci qui, con in mano un romanzo ricco di storia e di umanità, perché l’uomo è la materia della storia, così come ogni fatto che ha costellato il Novecento ancora ci travolge. Ed è proprio questo legame tra i decenni del XX secolo che si intravede in questo romanzo; perché se è vero che noi siamo sempre figli del passato, anche quando proviamo a dimenticare, non possiamo non costatare che molti eventi hanno dato origine a onde che ancora non si sono infrante.

Pertanto, la storia è ancora quella “materia” fatta di grandi uomini e di clamorosi accadimenti ai quali le masse non partecipano? No e, soprattutto, mai è stato così. E attraverso gli episodi che coinvolgeranno questa famiglia della periferia bolognese, a partire dall’inizio degli anni ottanta, comprenderemo che la Storia non è solo sequenziale, ma un evento totale, difficile da scandagliare e da periodizzare.

Non è il racconto delle “cause ultime” che scatenano i “fatti”, ma è una irrequieta espressione della vita umana, che coinvolge ognuno di noi, che modifica usi, costumi e pensieri. E in questo flusso di eventi, ecco Lili, il passato che incontra “il presente”, ossia, Bianca. E nel loro contatto il dolore non sarà più di una parte o dell’altra, ma di un noi… così come la salvezza.

Quello di Marilù Oliva è un intelligente romanzo sociale, che ha la capacità di mostrare senza pregiudizio e di far riflettere tutti sul senso della storia e di come, proprio ogni evento è sempre un “fatto sociale” capace di generare mostri, speranze, vita e morte.

Pierre Klossowski. Il bagno di Diana. Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Eros e morte litigano dall’alba dei tempi; eros e morte sono la nostra essenza e in questa dicotomia, in questa guerra senza fine, si lega in maniera indissolubile la lettura di Klossowski nei confronti del mito di Diana e Atteone. Fuori da ogni accademismo, lo scrittore francese ci porta a spasso in questo luogo dell’anima, in questa grotta dove il giovane cacciatore sorprende nuda la dea della caccia, indefessa protettrice della sua verginità e delle partorienti, mentre si prepara per il bagno.

La reazione è violenta, Diana schizza dell’acqua in faccia ad Atteone, il quale si tramuta in un cervo che verrà poi sbranato dai cani. Klossowski percorre strade particolari per spiegare questo mito che ci è stato tramandato da Ovidio. Si concentra sulla dicotomia eros-morte. Atteone infatti richiama anche l’immagine dell’uomo con le corna. Dioniso? E se così fosse, egli avrebbe cercato di stuprare la vergine Diana? E dietro Atteone si cela un demone o, viceversa, un demone inganna il giovane cacciatore?

La prima contraddizione che lo scrittore francese rintraccia tra le tante varianti del mito è proprio il fatto che Atteone sia capitato casualmente nella grotta, in cui la dea stava per fare il bagno. Altro elemento fuori dal mito, ma rintracciabile, è che la dea nel momento in cui schizza l’acqua in faccia al giovane cacciatore, mostri la sua vulva; un gesto di rivalsa, quasi schizofrenico. Una contraddizione insita in ogni teofania, la quale incarna il desiderio di possedere ogni attributo divino.

Non è un discorso semplice quello che porta avanti Klossowski, ma non è neanche forzato. La visione della divinità smuove un apparato linguistico, ciò che io vedo è ciò che io sento e che non riesco a spiegare con parole umane. Pertanto, Atteone rimane abbacinato da Diana che si sta immergendo in acqua. Il suo bagno riposante è quiete del tutto, e di fronte a questa apparizione, il giovane cacciatore non può che cadere in estasi. Estasi inspiegabile, impossibile da raccontare secondo i nostri termini linguistici; estasi che lascia l’amaro in bocca nel momento in cui finisce, in quanto l’uomo vi accede solo per un attimo; estasi che uccide, perché la sensualità che sprigiona la dea, non è penetrabile carnalmente ma solo spiritualmente. Pertanto, l’unione tra Atteone e Diana, per quanto desiderata da entrambi, non può avvenire. Anche se sono faccia a faccia, essi abitano mondi diversi. In poche parole, il dialogo tra la divinità e l’uomo è solo puro sentimento, ossia, un sentire linguisticamente intraducibile, ma accessibile solo allo spirito, così come ci ricorda Heidegger.

Infatti, Diana trasforma Atteone in cervo proprio per impedire che egli racconti ad altri ciò che ha visto.

Atteone, insomma, più che vedere Diana la sente; il suo tentativo di raffigurarla in carne e ossa lo inganna, lo trasforma, lo rende demone. Klossowski ci porta per mano in questa bellissima rilettura, tradotta con dovizia da Giuseppe Girimonti Greco. Un libro che ci apre a nuovi scenari linguistici in cui il mito non è solo un episodio da raccontare, ma un evento unico e irripetibile che spiega il tutto.

Le Piccole Donne di Louisa May Alcott

Articolo a cura di Letizia Falzone

Louisa May Alcott nasce negli Stati Uniti nel 1832.
Seconda di quattro sorelle, iniziò a lavorare molto giovane a causa delle condizioni precarie in cui versava la famiglia. Fu governante in alcune famiglie, domestica e insegnante, ma trovava anche il tempo per esercitarsi e sperimentare con la scrittura. Alla fine degli anni Quaranta dell’Ottocento, si interessò ai diritti delle donne, soprattutto all’estensione del

diritto di voto, diventando la prima donna a iscriversi negli elenchi per l’elezione di un consiglio d’istituto scolastico a Concord. Negli anni Cinquanta la famiglia ebbe di nuovo gravi problemi finanziari, lei stessa non riusciva a trovare un lavoro, ebbe un periodo di depressione e meditò persino il suicidio.

Louisa diventò una convinta sostenitrice dell’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti e una femminista, iniziando a scrivere articoli e brevi saggi per la rivista Atlantic Monthly. Lavorò come infermiera durante la Guerra Civile, ma per meno di due mesi,  perché poi si ammalò gravemente di tifo, malattia che la costrinse a una lunga convalescenza. Pochi anni dopo, iniziò la produzione di alcuni romanzi usando uno pseudonimo, per lo più raccontando storie d’amore ad effetto e con diversi colpi di scena.

Ma è nel 1868 che sale al successo scrivendo il primo libro di Piccole donne, un racconto semi-autobiografico della sua infanzia vissuta con le altre tre sorelle a Concord. La seconda parte, Piccole donne crescono, fu pubblicata nel 1869. Scrisse in seguito altri due romanzi sulla storia delle quattro sorelle, Piccoli uomini e I ragazzi di Jo, terminando la saga nel 1886.

Il romanzo racconta le vicende delle quattro “piccole donne” della famiglia March: Meg, Jo, Beth e Amy. La storia è ambientata in Pennsylvania, durante la guerra di secessione americana che porta il padre delle ragazze al lontano fronte, costringendo la famiglia di sole donne a cavarsela con le proprie forze. In questo anno narrato, le ragazze, con i loro pregi e difetti, pur essendo economicamente in difficoltà e costrette ad affrontare i problemi tipici dell’adolescenza, imparano a crescere e diventare “donne” responsabili e pronte ad affrontare i problemi della vita.

Quattro protagoniste, con caratteristiche e aspirazioni tanto differenti tra loro, ma con un forte senso della famiglia. La Alcott per la prima volta si rivolge ad un pubblico adolescente, con una storia incentrata solamente su ragazze, in cui la figura maschile non è al centro del racconto.

Piccole Donne è un romanzo di formazione amato da adulti e bambini, e che riesce a spiegare le trasformazioni fisiche, ma soprattutto caratteriali, che le giovani donne subiscono durante la fase adolescenziale, rendendo questo libro una pietra miliare nella letteratura. Ci sarà un perché se la Alcott, che nella sua vita ha scritto più di 300 libri, è stata consegnata alla storia della letteratura e delle donne dall’unica opera che non voleva scrivere. Ci ha impiegato solo 10 settimane a buttare giù quel romanzo di formazione al femminile che andava troppo stretto a un’attivista per i diritti in rosa come lei .

Il punto di forza dell’opera non sta nei colpi di scena, ma nei personaggi. Piccole Donne è un romanzo corale, in cui ognuna delle quattro sorelle ha la sua importanza, il suo sogno, una storyline ben definita. Il fatto che la fascia d’età rappresentata sia così ampia e che ogni carattere trovi spazio nella famiglia contribuisce al suo successo: è praticamente impossibile non riuscire a identificarsi in almeno una delle quattro sorelle March.

Jo March, la protagonista di Piccole donne, è chiaramente ispirata alla vita e al modo di pensare di Louisa May Alcott, con la sola differenza che nella realtà Alcott non si sarebbe mai sposata, a differenza della sua eroina. Tant’è che non si è piegata fino in fondo al volere dell’editore.  Lui suggeriva, ad esempio, che Jo sposasse Laurie, Louisa la voleva assolutamente zitella, pardon, single.

In una intervista, Alcott avrebbe in seguito raccontato di essere rimasta nubile perché nella vita “mi sono sempre innamorata di molte ragazze carine, ma mai una volta di un uomo”. Per le altre tre protagoniste della saga, Alcott si ispirò alle proprie sorelle, ma in modo più sfumato e talvolta mettendo insieme le caratteristiche di più di una in un personaggio. Ma nel romanzo non ci sono solo la scrittura e l’anticonformismo di Jo, troviamo anche i primi amori e il teatro di Meg, la dolcezza e la musica di Beth, il disegno e i capricci di Amy. Forse, perché modellate su persone realmente esistite, nessuna di loro sembra un personaggio, una maschera. Sono veri e propri esseri umani con sogni, passioni e concezioni della vita ben precise e differenti, a dispetto della loro giovane età.

L’insegnamento più importante che le sorelle March possono dare oggi a noi donne credo sia proprio questo: la sorellanza. Nel libro molto spesso le sorelle battibeccano e non si capiscono, ma sono sempre pronte ad aiutarsi l’una con l’altra: non importa se il loro sogno è fare la mamma, la scrittrice o la pittrice a Parigi, loro non giudicheranno e faranno il possibile per aiutare a realizzarlo.
Inoltre, ciascuno dei talenti delle quattro sorelle viene costantemente incoraggiato dagli adulti presenti nel romanzo e all’interno del nucleo familiare non vengono mai scoraggiate a fare qualcosa in quanto donne; allo stesso tempo, vengono spronate a correggere i loro difetti. Non è soltanto Jo che deve imparare a comportarsi da signorina e avere una cura migliore della sua persona, ma Meg e Amy devono diventare meno egoiste e vanitose, Beth vincere la sua timidezza patologica. I personaggi di Piccole Donne continueranno a sbagliare fino alla fine del romanzo, ma lo faranno sempre con una consapevolezza crescente.

Piccole Donne può quindi essere considerato un romanzo femminista?
Mi sento di rispondere.

Piccole Donne continua ad essere un romanzo femminista per un motivo tanto chiaro quanto semplice: le sorelle March vengono educate come esseri umani, non come donne. Via i corsetti, sì all’esercizio fisico e ai libri, ognuna di loro è libera di affermare la propria personalità e il proprio carattere: quattro personaggi che, lontani dagli stereotipi, chiedono e ottengono il proprio spazio.

“Le donne hanno una mente e un’anima, oltre che un cuore. Hanno ambizioni e talento, oltre alla bellezza, e sono così stanca delle persone che dicono che l’amore è tutto ciò per cui una donna è adatta.”

Il pianto delle faine. Terza parte

Racconto a cura di Napoleone Dulcetti

Dopo averlo fissato per qualche minuto gli altri clienti ripresero ciò che stavano facendo prima del suo arrivo. Un gruppo di signori giocava a poker bevendo birra bionda doppio malto, un vecchietto se

ne stava da solo, con un fiasco di vino alla sua destra e una pitta calda tagliata a spicchi al centro del tavolino.

Fissava la piazza, borbottando di tanto in tanto qualcosa sulla sciagura che aveva colpito le sue vacche. Dietro al bancone una donna sulla cinquantina asciugava i bicchieri appena usciti dalla lavastoviglie, fissandolo.

«Ecco la sua birra!» Il ragazzo lasciò sul tavolo anche una specialità della zona, una ciotola piena zeppa di patatine con la zafarana, un peperone locale essiccato e macinato. Zoel tirò fuori il suo quaderno e cominciò a buttare giù un po’ di cose. Dopo qualche minuto la donna che lo aveva fissato si avvicinò.
«Ehi, tu! Quei signori mi hanno detto se ti va un giro!» Esordì.
«Mi mandano per chiederti se vuoi giocare con loro.»  Si affrettò a specificare notando che il giovane scrittore non capiva.
«E perché mandano te? » Chiese lui perplesso.
«Perché non glielo chiedi?» Concluse lei allontanandosi infastidita.

Osservò i tre che lo fissavano dal tavolino posto al centro della sala, uno di loro alzò la mano come per attirare l’ attenzione. Cosa ho da perdere, dopotutto sono qui per curiosare. Superò ogni timore e si avvicinò.

«Si sieda, signore.» Disse il più alto. Non erano molto più grandi di lui, anche se portavano baffi e acconciature simili ai personaggi della belle époque.

Erano anni che non giocava a poker, decise comunque di tentare.

«Prenda posto, qui, vicino a me. Le presento Francesco Duzzi, l’archeologo e Mattia Netti, il dottore.»
«E lui e il professor Martino Zano, lo storico!» Disse Duzzi quasi scimmiottando il modo in cui era stato precedentemente introdotto.  
«Zoel, piacere mio.»
«Solo Zoel? Allora, qui giochiamo a cinque carte, sa farlo?» Domandò il dottore.
«Certo che so… » Non finì la frase, e alzandosi di scatto si girò verso il tavolino dove sedeva prima. Aveva dimenticato il suo bicchiere di birra.
«Rosellina!» Urlò Zano «una birra doppio malto non filtrata per il signore!»
«Non c’è bisogno di gridare, cafone!» Rispose indispettita la barista.
«Si sieda, signore!» Invitò di nuovo lo storico arricciandosi i mustacchi biondi dalle sfumature rossastre.
«Dottor Netti, a lei l’onore, distribuisca!» Si davano del lei, un modo buffo per prendersi in giro. 
«Non è di queste parti, vero?» Chiese l’archeologo.
«No!» Rispose lui senza aggiungere altro e mettendo in ordine le carte che aveva ricevuto. Quell’interrogatorio improvviso lo infastidiva.
«Ecco!» Disse la signora posando rumorosamente il bicchiere di birra sul tavolo.
«Sul mio conto amore!» Ordinò sarcasticamente lo storico.
«Anche lei qui per gli scavi allora? Scommetto che è un giornalista?» Continuò Zano.
«Non proprio, sono qui per un mio libro. Sto raccogliendo idee e informazioni circa…»
«Uno scrittore dell’orrore?» Interruppe il dottore. «Udite e udite signori. Rosellina, un altro giro di birra!» Continuò sarcasticamente ma con allegria.
«Se è alla ricerca di storie strane allora è venuto nel posto giusto mio caro. La vostra puntata?» Proseguì lo storico.
«Un quarto di bionda.» Suggerì il dottore.
«Vedo!» Proseguì l’archeologo.
«Anche io, e lei?» Chiese Zano. Ci fu un attimo di silenzio. «Qui non giochiamo a soldi, ma a quarti di bionda. Alla fine della partita chi perde paga l’ammontare di birra dovuto.»
«Beh, allora vedo» Disse lui sciogliendosi un po’. Il cameriere arrivò lasciando da bere.
«Vuole dunque scrivere un racconto di paura basato sulle tombe ritrovate qualche mese fa?»  Chiese lo storico mentre osservava irritato le sue carte.
«Più o meno, sono anche interessato allo strano comportamento degli animali nelle zone limitrofe.»
«Capisco! Veda, il nostro è sempre stato un paese strano, accadono cose incredibili: come l’avvistamento di fantasmi, oggetti domestici ritrovati in mezzo alla strada, eccetera, eccetera, eccetera…Ma da quando abbiamo scoperto quelle tombe…»
«Siete delle bestie!» Interruppe il vecchio seduto accanto alla vetrata. «Avete liberato lo spirito maligno di quei guerrieri vichinghi: gente malvagia, pirati spietati assetati di sangue, le mie vacche…morte…rinsecchite…»
«I tuoi animali sono stati mangiati dai lupi stupido ubriacone.» Continuò l’archeologo. «Invece di accudirli passa tutto tempo a bere e poi si lamenta del fatto che i suoi animali spariscono o vengono uccisi» Finì informando gli altri giocatori.
«Non credo che le sue mucche siano morte mangiate…» Ribatté il dottore « È come se qualcuno avesse succhiato via tutto il sangue, lasciando solo ossa e pelle.»
«Le faine o le volpi allora.» Ipotizzò lo storico.
«Le volpi sono animali piccoli, ammazzano galline o polli. Le faine sono ancora più minute.» Ribadì il dottore.
«Resta comunque il fatto che quel vecchio beve come una spugna e non bada alle sue bestie, ecco perché sono morte. » Concluse.
«Noto che tutto ciò la incuriosisce, invece di spaventarsi sorride.»  Disse lo storico.
«Beh, è tutto molto interessante per me, capisce che… » Non terminò la frase.
«La vedremo allora spesso in giro nei prossimi giorni?» Lo interruppe sorridendo maliziosamente. «Sa, tutti e tre facciamo parte del team che si occupa degli scavi, possiamo darle una mano con il suo racconto, sempre se non le dispiace.» Informò Zano.
«Certo, sarebbe utilissimo. Mi occorrono informazioni sul contesto storico, dati specifici sulla natura dei ritrovamenti, fatti accaduti.» Disse lui ripensando alle parole dette poco prima dal signore che aveva perso i suoi animali e a quelle del dottore.
«Ad una condizione!»  Impose lo storico.
«Quale?» Domandò impaziente Zoel.
«Che lei non aggiunga niente di denigratorio sul nostro paese e che la storia si basi su fatti veri, accaduti realmente.» Richiese.
«Un’altra condizione!» Aggiunse l’archeologo. «Voglio il mio nome nell’introduzione, dove mi ringrazia per le notizie specifiche che fornirò sugli scavi. Ah, quasi dimenticavo, un personaggio che mi somigli!» Finì con una risata rauca e impastata di muchi da fumo. Zoel accettò con il sorriso sulle labbra.
«Ora si gioca signori. Birra Rosellina!»

Riccardo aveva imbandito un tavolino vicino al caminetto. Il calore accogliente delle fiamme riscaldò in pochi secondi le mani infreddolite e tremanti dello scrittore.

«Doveva informarsi sul clima prima di partire, il freddo è sempre pungente qui.» Disse Riccardo. Il profumo del coniglio che si cuoceva sulla brace si insinuava bramosamente dappertutto. Una tovaglia a quadretti bianchi e arancioni rendeva l’atmosfera ancor più casereccia. Zoel ripensò alla casa di campagna, quando da bambino passava intere giornate accanto al focolare scrivendo racconti, leggendo storie dell’orrore e tostando fette di pane paesano.

Laurent Binet, Il cervello di Himmler si chiama Heydrich, Einaudi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su L’Ottavo

Non era solo banale il male compiuto dai nazisti; non era solo messo in atto da uomini qualunque, senza qualità, che spingevano le leve della macchina burocratica, su tutti, Eichmann. C’era anche chi dava gli ordini, chi ordiva i piani, chi dettava le regole, chi già aveva prefigurato gli scenari futuri, chi semplicemente già sapeva cosa sarebbe accaduto, ed è questo invece il caso di Heydrich. È il 1931 quando questo rampante ragazzo, classe 1904, immagine dell’ariano perfetto, nonostante orecchie e naso richiamassero tratti tipicamente ebraici, si arruola nelle SS.

Non lo fa per una questione ideologica, ma solo perché deve sbarcare il lunario, anche se è difficile. Infatti, ancora il partito non è al potere, non ha la forza economica per retribuire chiunque. Ma c’è di più, Heydrich entra quasi da reprobo, segnato dalla sua cacciata dalla Marina, quindi, deve dimostrare di valere più degli altri. C’è solo un modo per scalare senza troppi problemi l’organigramma: il sotterfugio, l’intrigo, la lucidità di chi deve compiere una missione importante, in questo caso, salvare se stesso. Heydrich riesce nell’intento. Diventa l’uomo più pericoloso del Reich, strettissimo collaboratore di Himmler, Governatore della Boemia e della Moravia, Direttore della Gestapo; soprannominato La bestia biondaIl boia di PragaIl cervello di Himmler. Proprio su quest’ultimo nomignolo, Binet, costruisce il suo romanzo storico. Un’inchiesta, una ricerca, un’opera che richiama molto i lavori di Carrère, caratterizzati da quel piglio investigativo in cui la ricostruzione dei fatti si intreccia con l’aspetto più creativo-narrativo.

Binet ricostruisce la vita di Heydrich, ogni dettaglio si lega fatalmente alla sua morte, avvenuta il 4 giugno 1942, a soli 38 anni, all’apice della sua carriera, in seguito alle ferite riportate nell’attentato del 27 maggio. La bestia bionda viene assassinata da Jan Kubiš e Jozef Gabcik, due patrioti, due eroi pronti a morire per il loro paese, paracadutati a qualche chilometro da Praga dagli aerei della Raf. L’operazione Anthropoid mise fine alle angherie del Macellaio amante della musica, raffinato, ma anche pronto a uccidere pur di giungere ai suoi scopi. Con l’acronimo HHhH, nel regime sintetizzava un pensiero comune, ossia, Il cervello di Himmler si chiama Heydrich. Lui è stato la vera mente di ogni atrocità? Può darsi. Prima d’essere Il Delfino di Hitler, l’esoterico Himmler ha avuto un passato da allevatore di polli; inoltre, non amava il sangue.

Heydrich era lo stereotipo dell’ariano. Hitler lo avrebbe voluto come suo successore? Era romantico, amante della musica e dell’arte, ma anche senza scrupoli verso i suoi nemici, sia quelli all’interno del partito, sia verso quelli della patria. La soluzione finale non è solo un fatto tecnico, ma anche la messa in atto di un tassello fondamentale del nazismo: la pulizia razziale. Dopo gli ebrei sarebbe toccato ad altri ceppi, questo non è un mistero.

A Binet, il merito di aver scritto un romanzo storico che appassiona grazie all’uso di strumenti narrativi che consentono al lettore di immergersi tra le pagine di una storia poco argomentata, che necessita di ulteriori ricerche, che non smette mai di affascinare… questo male, infatti, non è diabolico, ma tristemente umano.  

Michele Cocchi, Us, Fandango

 

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Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Il Suddiario

C’è un mondo neanche troppo sommerso in cui gli adolescenti vivono e nel quale lottano per essere supereroi. È un Universo virtuale fatto di missioni, di avanzamenti di livello, di obiettivi da raggiungere; è un luogo in cui si può essere chiunque, l’importante è non svelare troppo della propria identità.

Us di Michele Cocchi è un romanzo che ci fa immergere nella realtà degli hikikomori, ossia, quei ragazzi che hanno deciso di passare la vita nelle loro stanze da letto. Non escono, smettono di avere rapporti anche con i loro familiari, vivono senza mai sentire la necessità di avere una persona vicina.

Tommaso, il protagonista del romanzo, è uno di loro. Ha diciotto anni e da sedici mesi non esce di casa. Non gli manca il mondo esterno, ma ha bisogno di andare al di là delle quattro mura della sua stanzetta ed è per questo motivo che gioca a Us, un videogame di gruppo che porta avanti con una ragazza e un ragazzo. Obiettivo del gioco: terminare tutte le missioni ambientate nei luoghi in cui si sono succeduti i più cruenti fatti di sangue del XX secolo. Ogni squadra è composta da tre giocatori, ma ai componenti del team è vietato ogni scambio di informazioni personali. Il gruppo che completerà le missioni, obbedendo agli ordini e dimostrando spirito collaborativo, vincerà ben dieci milioni di euro.

Ma non è la vittoria che interessa a Tommaso e forse non importa neanche agli altri. Ciò che stimola il giovane hikikomori è sopravvivere al dolore quotidiano che torna e ritorna nel corso delle ore. È un’opera di mascheramento quella messa in campo da Us, ossia, permette di essere un altro per meditare meglio su ciò che si è realmente, ma, soprattutto, a Tommaso e agli altri viene data la possibilità di dimostrare di poter essere degli eroi. L’importante è obbedire agli ordini, senza troppi scrupoli di coscienza.

Ma se i ripensamenti arrivano, allora, vuol dire che esiste ciò che è giusto e ciò che è sbagliato?

Il romanzo di Cocchi non entra solo con delicatezza in una dimensione sconosciuta, ma ci pone davanti a una storia che aiuta a comprendere la silenziosa rivoluzione adolescenziale che molti di noi non avvertono, visto che, dietro questi estremi atti di ribellione, come decidere di vivere tra le quattro mura di una stanza, ci sono anche richieste legittime per un mondo più accogliente e meno ipocrita.

Us è un gioco che porta questi ragazzi nei territori oscuri e crudeli della storia del Novecento, in cui la vita umana non ha valore. Storia che Tommaso e i suoi compagni non hanno appreso tra i banchi di scuola, ma dai videogiochi e da Wikipedia. E quando scoprono che tutto è terribilmente vero, loro non vogliono dimenticare, ma vogliono arrivare fino alla fine per comprendere meglio cosa è accaduto.

Importante ribadire che il libro di Cocchi non è revisionista, anzi, è un romanzo in cui non ci sono giudizi ma considerazioni che aiutano a sopravvivere, perché chi decide di passare la propria vita tra quattro mura ha solo bisogno di giustificare la sua scelta. E quale scusa migliore se non “difendersi dalla crudeltà umana?”

Buona lettura.