Thomas Mann, La morte a Venezia, Einaudi

thomasmann-wiki.jpgRecensione a cura di Martino Ciano 

Gustav von Aschenbach, cinquant’anni, scrittore affermato, maestro di stile, di etica e di estetica. Sente il peso degli anni; si sente trascinato dagli eventi. Il tramonto della vita è appena iniziato, così come quello di un’epoca d’oro. La Grande Guerra è alle porte, ancora nessuno la avverte, ma gli animi sensibili sentono prima degli altri la catastrofe, un po’ come i cani che percepiscono in anticipo l’avvicinarsi della tempesta. Venezia non è solo il luogo che sceglie per una lunga vacanza rigeneratrice, ma un posto misterioso che lo attira, un bel sepolcro nel quale vuole adagiarsi per riposare e, forse, per risorgere. Si reca qui con grandi aspettative, ma il destino gli guasta la festa e gli pone davanti Tadzio… giovane, inquietante, dalla divina bellezza. È il rampollo di una famiglia della nobiltà polacca. Lo scrittore se ne innamora; prima paternamente, poi risveglia in lui pulsioni al limite della pederastia.

Può sconvolgere tutto ciò, lo so, ma chi conosce Mann sa che egli ama giocare con questo argomento. Lo ha scritto anche nei suoi diari, nei quali ha ammesso le sue pulsioni. Perversioni che in La morte a Venezia vengono velate dalle figure di Socrate e Fedro, dal loro dialogo che avvenne sotto un albero, al di fuori delle mura della città, durante cui il filosofo insegnò al giovinetto la bellezza. La bellezza, ossia, qualità che si percepisce con lo spirito, che si sazia di cose semplici, perché la conoscenza trascina nell’abisso. E l’abisso è proprio il luogo dove abitano i poeti, che sanno mascherare con le parole i loro turpi sentimenti. Meglio non conoscere l’origine di alcuni lirismi che fanno commuovere. Sulla loro provenienza è meglio non indagare. Scrive così Mann, come a voler lanciare un monito al lettore. Ma di questa bellezza siamo degni?

Questa domanda non viene mai posta nel corso del romanzo, eppure perseguita il lettore. Mai ci sarà un contatto fisico tra Tadzio e Gustav von Aschenbach; ci saranno solo giochi di sguardi, e pensieri, e dolci parole. Questo giovinetto, oggetto del desiderio e dei tormenti del vecchio scrittore tedesco, non è altro che un noumeno… bellezza idealizzata che può vivere solo nello spirito, nonché completezza che rifiuta la carnalità. Ma intorno ai due protagonisti c’è un mondo che decade, c’è un palcoscenico sul quale sta calando il sipario… la Belle Époque con la sua borghesia che ha distrutto la bellezza… la bellezza non può più frenare gli istinti primordiali perché l’uomo ha conosciuto la sua tragedia. Ha imparato a vivere al di là del bene e del male. Gustav von Aschenbach ha perso la battaglia contro se stesso: prova amore per un giovinetto che è bellezza e nostalgia per la semplicità; anche lui, ormai vecchio, ha conosciuto la vita e ora non può che consegnarsi alla morte. In lacrime, in solitudine, lascerà che il vento trasporti a Tadzio il suo Io ti amo.

Ma il sipario cala; a Venezia arriva il colera. Il colera, come la peste, è sempre presagio di una catastrofe; è una piaga che preannuncia un cambio epocale. Ha un valore simbolico; spaventa le masse. Anche Camus ha usato questo escamotage con l’intento di sottolineare l’impotenza dell’uomo, il quale si affatica nel ricercare l’ordine, l’equilibrio e la perfezione, anche quando lascia campo libero al suo irrazionale amor-per-la-morte.

Orlando Donfrancesco, alla ricerca del Sole a Occidente

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

È un esordio letterario ed è un capolavoro. Non ci sono altre parole per descrivere questo coraggioso romanzo che solo una casa editrice audace avrebbe potuto prendere in considerazione. Donfrancesco firma un’opera controcorrente, che sfida la letteratura contemporanea. Nella quarta di copertina viene descritto come un romanzo neo-decadente. Tra le sue pagine nasconde una feroce critica alla società moderna.

A vestire i panni dell’eroe è Tancredi, un giovane bohemien che sceglie Venezia come città in cui vivere la sua solitaria ricerca della Bellezza. Un esteta che vive al di là del bene e del male, senza morale, ma nostalgico della tradizione.

Tancredi è un artista. Riproduce quadri preraffaeliti, è amante della musica classica e dell’arte greco-romana, è un cattolico nostalgico del rito tridentino. Fa della sua vita un’opera d’arte e nel mito cerca il senso della storia. In questo suo viaggio votato al puro godimento, incontra dei degni compagni: Flaminia, Enrico, Liliane. Eccoli, dunque, quattro imperatori in cerca di un regno da dominare, in continua guerra con il mondo massificato che ha ucciso la Bellezza, sacrificata alle leggi del profitto e del pensiero unico. Eppure, non tutti i protagonisti di questo romanzo riusciranno a resistere alle tentazioni della contemporaneità. Difficile essere coerenti in un mondo che condanna chi vuole distinguersi. Tancredi, invece, è un eroe caparbio. Preferisce soccombere più che demordere. È amorale, è contraddittorio, è egocentrico, è un Titano anacronistico. Non può adeguarsi ai tempi perché il tempo non gli appartiene, perché la Bellezza non è di quest’epoca.

Sebbene in questo romanzo riecheggi tutta la tradizione decadente, da Huysmans a D’Annunzio, dal Marinetti di Mafarka il Futurista a Baudelaire; Donfrancesco non compie un’operazione di recupero o addirittura nostalgica, prende solo in prestito il sentimento di quel tempo e lo riporta nel nostro.

Il Sole a Occidente è questo in fondo, un parallelismo tra secoli diversi governati dagli stessi problemi. Laddove i valori cadono, la nostalgia incombe; laddove l’uomo non ha più una tradizione, la società crea idoli decadenti, un nuovo che puzza di marcio. Intanto si ammirano le rovine, i segni della trascorsa Bellezza e in questo vuoto esistenziale ognuno salva il salvabile. Tancredi in fondo sogna sulle macerie di Venezia, cerca in questa città il suo centro gravitazionale e lo trova solo nelle rovine delle chiese bizantine, negli isolotti sommersi della Serenissima, nel Carnevale della città lagunare.

Ciliegina sulla torta, lo stile di Donfrancesco. Moderno, pomposo, magniloquente, tagliente, attuale. Insomma, l’autore sa destreggiarsi tra tanti linguaggi che creano una costante lotta tra vocaboli, emozioni e situazioni. Nulla viene lasciato al caso. La ricerca della Bellezza del nostro Tancredi abbraccia il tutto e abbatte ogni ostacolo.

Ma alla fine di questa solitaria battaglia chi vincerà e chi perderà?

La grandezza di questo romanzo sta nel suo finale anticipato fin dalla prima pagina, ma non voglio dirvi altro perché farei uno sfregio alla vostra curiosità. Certamente, se volete leggere un libro controcorrente, accomodatevi, perché di romanzi del genere se ne trovano pochi. E state tranquilli, qui si parla con termini moderni, senza tabù, senza la paura di raccontare nei minimi dettagli perversioni e sentimenti.

Donfrancesco non ha paura di usare tinte forti, cariche. Non scade mai nella volgarità, d’altronde già la modernità è la più sublime delle volgarità.